top of page

Quando Francesco lavò i piedi a Isabel

  • 3 ore fa
  • Tempo di lettura: 4 min

In occasione del primo anno dalla scomparsa di Francesco ho raccontato su "La Repubblica" (19/4/26) la storia di Isabel, una transessuale portoghese alla quale il Papa lavò i piedi il Giovedì Santo del 2015 bel carcere di Rebibbia.




Questa è la storia di Isabel, portoghese, transessuale, detenuta a Rebibbia, i cui piedi furono lavati e baciati da un Papa. Una storia che poteva diventare un titolo urlato sui media: “Il Papa lava i piedi a una trans”, con scandalo di tradizionalisti e benpensanti. Ma invece è rimasta storia più intima, delicata, ed era giusto così.

Avvenne che nel 2015 Francesco decise, per la seconda volta da quando era Papa, di celebrare la messa del Giovedì Santo in un carcere romano. Si reputava un peccatore, “e non per modo di dire”, diceva, un peccatore graziato da Dio. E questo lo portava a sentire un legame speciale con i detenuti. “Perché loro e non io?” si domandava ogni volta -  lo faceva anche a Buenos Aires - che metteva piede in una prigione. La salvezza, a volte, dipende solo dagli incontri fortuiti che fai.

A Rebibbia le autorità del penitenziario e il cappellano Paolo Spriano buttarono giù una lista di 12 detenuti, in rappresentanza dei vari “bracci” del carcere, per il rito della lavanda dei piedi. Rito che ricorda il gesto di Gesù nell’ultima cena, prima di essere arrestato: sconcertando i suoi apostoli, volle chinarsi a lavargli i piedi (usanza di solito assolta dagli schiavi per gli ospiti del padrone).

Il giorno prima della cerimonia fissata per il 2 aprile, venni a sapere che tra i 12 detenuti selezionati per la lavanda dei piedi c’era anche una transessuale, Isabel, appunto. L’impulso a sparare subito la notizia fu forte, ma volevo essere certo della notizia. A quel tempo lavoravo a Tv2000 e Radio Inblu: su un tema così incandescente per il mondo cattolico non potevo commettere errori. Ero preso da questi pensieri quando ricevetti una telefonata di Francesco. Voleva farmi gli auguri anticipati per la Pasqua. Lo conoscevo da prima che diventasse Papa, ci scrivevamo e sentivamo al telefono già da una decina di anni. Gli dissi che avevo saputo della presenza di una trans fra i 12 scelti per la lavanda dei piedi. “Come l’hai saputo?” voleva sapere. Siamo una tv cattolica, sorrisi, ma abbiamo anche bravi giornalisti (ed era vero). Così mi confidò che Isabel l’avevano scelta in rappresentanza del “braccio” dei trans, detenuti in un settore a parte, “per proteggerli dalle molestie degli altri prigionieri”. Quindi Francesco sapeva, ed era anche consapevole delle critiche che gli sarebbero venute dalla stampa di destra e da settori del mondo ecclesiastico. Le autorità del carcere erano disposte a depennare quel nome, scelto perché Isabel diceva di credere in Dio.


Ma questo, il depennamento, Francesco non poteva accettarlo. Escluderla significava emarginarla per la sua stessa condizione.  “Ma non è anche lei un figlio di Dio?” rispose, con tono calmo e deciso, quando gli chiesi se non avesse pensato di cancellare Isabel dalla lista. Sarebbe stato come teorizzare che per una persona trans la salvezza - mi spiegò - fosse esclusa a priori. Francesco mi disse anche di valutare liberamente se lanciare o meno la notizia. Ma mi persuasi che fosse più giusto aspettare.  

Così il giorno seguente, 2 aprile, Giovedì santo, Francesco lavò i piedi a 12 detenuti e tra loro Isabel, che pianse per la commozione, come la donna africana che si presentò col suo piccolo bambino, pure lui in carcere con la mamma (il Papa baciò i piedi anche del bambino). Nessuno seppe di Isabel. Il 3 aprile inviai Nicola Ferrante a intervistare la transessuale portoghese. Il racconto di Isabel fu coinvolgente. La sua vita era stata piena di cose sbagliate, lo riconosceva, ed ora stava scontando la sua pena. Eppure non aveva perso la sua umanità, e nemmeno la fede in un Dio buono che poteva amarla, senza chiederle prima la fedina penale. “Quando il Papa si è chinato a lavarmi i piedi gli ho detto: Gesù ti benedica… lui ha alzato lo sguardo e ha messo i suoi occhi nei mei occhi… poi mentre mi baciava i piedi gli dissi ancora: pregherò per te e perché nel mondo ci sia pace… lui alzò ancora lo sguardo e mi guardò, con gli occhi nei miei”.



Il racconto di Isabel continuava: “Sono cattolica, tante volte avevo desiderato andare a san Pietro per vedere il Papa, invece è stato lui a venirmi a trovare, in carcere. È il papa del popolo, del popolo emarginato. La mia fede è aumentata”. Sentivo quelle parole e pensavo che, quel giorno, grazie a Isabel, anche la mia fede era aumentata.  Trasmettemmo l’intervista presentando Isabel semplicemente come una delle detenute a cui il papa aveva lavato i piedi, senza sottolineare la sua identità di genere.  Ne parlò lei stessa nell’intervista. Avevo messo in conto qualche mail di contestazione da parte di cattolici duri e puri. Succedeva spesso. Non ne arrivò neppure una. La sincerità di Isabel, la sua fede nel buon Dio, la commozione di fronte ad un Vicario di Cristo che aveva messo “gli occhi nei suoi occhi”, avevano suscitato, pensai, la stessa reazione che aveva portato gli accusatori di una adultera, duemila anni fa, a Gerusalemme, a non scagliare alcuna pietra contro quella peccatrice. Erano “rimasti soli, la misera e la Misericordia”, commentò Agostino di Ippona: uno dei commenti al  Vangelo più amato da Francesco. 


 
 
 

Commenti


©2020 di Lucio Brunelli

bottom of page