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Pacem in terris

  • 3 ore fa
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Il quotidiano on line Interris, fondato da don Aldo Buonaiuto ("comunità Papa Giovanni XXIII"), mi ha chiesto un ricordo della enciclica più famosa del "Papa buono". Un documento drammaticamente attuale



L’11 aprile 1963 papa Giovanni XXIII firmava l’enciclica Pacem in terris. Era un Giovedì Santo, e quella sarebbe stata l’ultima Pasqua celebrata dal “Papa buono”. Angelo Roncalli, già gravemente malato, sarebbe morto pochi mesi dopo. Il mondo usciva da una crisi internazionale - quella dei missili sovietici destinati a Cuba - che aveva tenuto il mondo intero col fiato sospeso. Lo scoppio di una nuova guerra mondiale, con l’uso delle armi nucleari, sembrava uno scenario orribilmente vicino. Ricordo ancora l'atmosfera improvvisamente cupa che si respirava a casa in quei giorni autunnali del '62, il volto accigliato di mio padre e le preghiere di mia madre, che non cantava più mentre faceva le pulizie domestiche, la grande radio a valvole sempre accesa in attesa di notizie (non avevamo ancora la tv). Il contesto era quello della Guerra Fredda, il braccio di ferro fra Kruscev e Kennedy, i vincitori del secondo conflitto mondiale, Usa e Urss, da alleati erano diventati odiati nemici. Solo tre anni prima, nel 1960, a Berlino era stato eretto un muro per impedire agli abitanti della zona orientale, posta sotto il dominio sovietico, di trasferirsi in massa nella parte occidentale, sotto controllo americano.


Una situazione geopolitica molto diversa rispetto a quella attuale, ma accomunata dal timore diffuso di una guerra di vaste proporzioni e dagli sviluppi imprevedibili.

Giovanni XXIII decise quindi di scrivere una lettera enciclica sul tema della pace che già nell’elenco dei destinatari presentava tratti di novità. Si rivolgeva infatti non solo ai vescovi e al popolo tutto di Dio, come era consuetudine, ma anche all’esterno, «agli uomini di buona volontà».



L’affermazione più forte riguardava l’illiceità della guerra, sia pure intrapresa per fini di “giustizia”, nell'era del nucleare: armi in grado di sterminare in un attimo milioni di civili innocenti rendevano obsolete, agli occhi del Papa, le antiche considerazioni morali sulla “guerra giusta”, valide per i conflitti convenzionali. Il testo latino, in teoria quello ufficiale e quindi normativo per le traduzioni nelle altre lingue, conteneva un’espressione più radicale rispetto al testo italiano: «Aetate hac nostra quae vi atomica gloriatur, alienum est a ratione bellum iam aptum esse ad violata iura sarcienda». E cioè: «È alieno alla ragione pensare che, nell’era atomica, la guerra possa essere utilizzata come uno strumento di giustizia». Nella traduzione italiana si era scelta invece una terminologia più prudente: “Riesce quasi impossibile pensare che nell’era atomica la guerra possa essere utilizzata come strumento di giustizia”. Quale passo esprimeva più correttamente l’intenzione del Papa? Un piccolo giallo vaticano in parte ancora insoluto. Ma la sostanza, un “quasi” a parte, restava la stessa: un no deciso e accorato alla guerra, mezzo barbaro di risoluzione delle controversie, che i nuovi micidiali armamenti rendono ancor più spaventosa e irragionevole.

La Pacem in terris fu in genere accolta benevolmente, anche fuori della Chiesa Cattolica. A Londra deputati anglicani presentarono una mozione di apprezzamento per l’azione di pace di papa Giovanni. Il segretario dell’Onu U Thant salutò l’enciclica con una dichiarazione entusiasta: “L’ho letta con profondo senso di soddisfazione. Senza dubbio è conforme alle concezioni e agli obiettivi delle Nazioni Unite”. Due anni dopo, Thant portò l’enciclica al palazzo di Vetro, promuovendone lo studio con un ciclo di conferenze a livello internazionale.


La Tass, agenzia di notizie sovietiche, pubblicò una sintesi dell’enciclica, commentando soprattutto i passi dedicati alla necessità del disarmo. Kennedy si dichiarò “fiero” del documento e “pronto a trarne lezione”. Il Washington Post commentò: «La Pacem in Terris non è solo la voce di un anziano prete; né quella di un’antica chiesa, ma la voce della coscienza del mondo».

Non mancarono anche critiche, da parte di ambienti politici di destra e dei cattolici tradizionalisti. Esse presero di mira soprattutto la distinzione introdotta dall’enciclica, fra l’errore e l’errante. Estesa dal Papa alla distinzione tra le dottrine filosofiche e i movimenti storici che da esse avevano inizialmente preso ispirazione. Si trattava di una preoccupazione tutta pastorale: Giovanni XXIII voleva una chiesa non ripiegata su sé stessa ma capace di incontrare tutti gli uomini, anche le persone lontane dalla fede. L’errore andava combattuto ma l’errante poteva essere abbracciato, nella speranza di un suo ravvedimento, di una sua conversione. Urgenze cristiane nelle quali alcuni commentatori, viziati dal pregiudizio, videro solo un cedimento al comunismo: il Corriere d’Informazione attaccò il Papa con un titolo sarcastico: “Falcem in terris”. Il settimanale Il Borghese rincarò la dose attribuendo alla enciclica “pacifista” del Pontefice l’avanzata elettorale del Partito comunista italiano nelle politiche del 28-29 aprile dello stesso anno.  Attacchi beceri, sguaiati, che ricordano un po’ le critiche altrettanto volgari e viziate da pregiudizio che furono mosse più recentemente anche a papa Francesco.



Curiosamente proprio i cattolici sedicenti conservatori mostrarono scarsa conoscenza della Tradizione, quella vera, ignorando ad esempio che il primo grande teologo cattolico ad operare la distinzione (e quindi un differente approccio), fra la dottrina erronea e la persona che la professa fu niente meno che sant’Agostino: «Queste, fratelli, sono le cose che con instancabile mitezza dovete ritenere, praticare e predicare: amate gli uomini e uccidete gli errori; confidate nella verità, senza presunzione; lottate per la verità, senza crudeltà » (Contro le lettere di Petiliano, libro 1, cap. 29)

 

 

 

 

 

 

 

 
 
 

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