Leone, Dio e la guerra
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Su "La Repubblica" di sabato 4 aprile è stato pubblicato questo mio commento sulla prima via crucis di Leone XIV al Colosseo e il confronto a distanza, sulla guerra in Iran, tra il primo papa americano e l'attuale inquilino della Casa Bianca, Donald Trump

“Dolce legno, dolce peso” canta il più antico inno liturgico sulla passione di Cristo ma Leone XIV quel legno lo ha caricato “di tutte le sofferenze del mondo”, ieri sera, nella sua prima via crucis al Colosseo. Il peso gravoso delle guerre scellerate, in Medio Oriente e in Ucraina, che lui ha invitato a raccontare “con gli occhi delle vittime”, non come un videogioco, un “wargame”.
La prima volta, dopo alcuni decenni, che un pontefice - quasi a rimarcare la drammaticità del momento storico - porta la croce per tutte le 14 stazioni della via dolorosa. La prima volta nella storia che un papa americano siede sulla cattedra di Pietro e si trova a fronteggiare un presidente, suo connazionale, il cui smisurato e quasi patologico ego lo spinge a connotare di toni religiosi la guerra scatenata contro l’Iran, insieme a Israele.
Con la responsabile dell’Ufficio per la fede della Casa Bianca, Paula White, che lo paragona a Cristo stesso “tradito e falsamente accusato”.

E poi le preghiere, per la riuscita della guerra, nello Studio Ovale con le mani imposte dai pastori evangelici sul presidente “unto dal Signore”. E poi ancora i briefing del ministro per la guerra il quale, dopo aver rendicontato alla stampa gli ultimi “magnifici strikes” in territorio iraniano, conclude invocando la benedizione del Signore “che addestra le mie mani alla guerra”.
Papa Leone non ha forse il dono di quella comunicativa immediata e impetuosa del suo predecessore Francesco. Ma le parole che continua a pronunciare su questo impasto blasfemo di Dio e morte sono inequivocabili: dense di contenuto teologico e chiare sul piano politico. «Qualcuno», ha detto visitando una parrocchia della periferia romana, «pretende addirittura di coinvolgere il nome di Dio in queste scelte di morte, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre”.

E nell’omelia della Domenica delle Palme: «Fratelli, sorelle, questo è il nostro Dio: Gesù, Re della pace. Un Dio che rifiuta la guerra, che nessuno può usare per giustificare la guerra, che non ascolta la preghiera di chi fa la guerra e la rigetta dicendo: “Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue”». Anche nelle meditazioni scelte per la via crucis sono risuonate parole forti: «ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla».
Solo una lettura superficiale può indurre a considerare deboli o omissivi gli interventi di papa Leone. Contrapponendo, a destra per esaltarla e in certa sinistra per biasimarla, la “moderazione” di Prevost all’irruenza profetica di Bergoglio. Diversità innegabile, che tocca però più i temperamenti e le forme, che i contenuti, almeno sui temi drammatici della guerra e della pace.

Un papa americano contro un presidente americano. Le sorprese della storia. E pensare che, in tutti i precedenti conclavi, aveva sempre pesato un pregiudizio antiamericano: il timore di una Chiesa troppo identificata con l’impero a stelle e strisce. Timore che univa le chiese di minoranza nelle terre dell’Islam e ampia parte delle comunità cattoliche latinoamericane, con il cardinale Bergoglio che si vantava (prima dell’elezione) di non avere mai messo piede nella patria degli yanquis.
Leone ha già sfatato questo pregiudizio. La sua indipendenza politica (e ancor prima spirituale) dall’inquilino della White House è fuori discussione.
Ma quanto peso avrà la sua predicazione sulle scelte di Trump? Fin troppo facile rispondere quasi nulla, fino a questo momento. Per ora si può solo registrare un ricompattamento dell’episcopato Usa, nel giudizio critico verso il bellicismo di Trump (oltre che sul “trattamento inumano” degli immigrati). Un episcopato che aveva fatto fatica a seguire il passo accelerato di Francesco. Ora i vescovi americani all’unanimità hanno approvato una nota molto critica sulla guerra in Iran. Piccolo miracolo di papa Prevost. Trump se ne farà beffe? Vedremo. Nessun papa moderno, da Benedetto XV in avanti, è riuscito a fermare una guerra decisa dalle grandi potenze. D’altra parte, scriveva il grande convertito francese Paul Claudel, “a noi non è dato di vincere ma di opporre resistenza”.



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