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Quel sorriso fra i poveri della Città eterna

  • 1 giorno fa
  • Tempo di lettura: 4 min

Un documentario su "Madre Teresa a Roma" e la presenza delle Missionarie della carità nella Città eterna. Gli inizi nel 1968, con un invito di Paolo VI e la prima casa, costruita con le proprie mani, tra i baraccati di Tor Fiscale .. Al di là dei possibili limiti del racconto televisivo, una storia straordinaria e avvincente.

Ecco il testo dell'articolo pubblicato il 31 marzo sul sito del mensile Tracce



«Ci scambiavano per delle zingare» sorride sister Martin de Porres, ricordando gli inizi, nel 1968, tra i baraccati dell’acquedotto Felice. Gli immigrati italiani alloggiati alla meglio sotto le arcate dell'antico acquedotto romano non avevano mai visto, prima di allora, delle suore con la carnagione bruna e quello strano abito, una veste bianca bordata di blu. Ma poi impararono a conoscerle, a volergli bene e anche adesso, che sono passati quasi 60 anni, ricordano bene quei giorni: “Eravamo bambini, le suore venivano a trovarci, allegre, ce facevano giocà, la domenica poi andavamo a messa con loro, e prima noi non è che c’andavamo spesso in chiesa…”. I volti di quei bambini, ora anziani, scorrono sullo schermo, la battuta allegra e le lacrime si mischiano. Letizia e commozione, anche tra il pubblico: è l’anteprima del documentario “Madre Teresa a Roma”, che verrà trasmesso la domenica di Pasqua, in seconda serata, su Rai1. Proiezione riservata, il 24 marzo, alle Missionarie della Carità e ai volontari romani nell’auditorium della parrocchia San Pio X alla Balduina; il regista Antonio Farisi si aspettava “quattro suore e due amici”, ha trovato invece una sala stracolma, oltre 500 persone strette strette, clima di grande festa.

Il documentario, scritto da don Sergio Mercanzin, racconta una storia straordinaria cominciata nel 1968 quando Paolo VI scrive a Madre Teresa invitandola ad aprire una casa per i poveri anche nella Città eterna.



Papa Montini non aveva mai incontrato la suora ma la sua fama di santità gli era già giunta: al termine del suo viaggio in India, tre anni prima - la prima volta di un Papa in Asia – aveva donato all’opera di madre Teresa di Calcutta la Lincoln bianca utilizzata per gli spostamenti interni (la suora la mise subito all’asta e con il generoso ricavato aprì un nuovo ospizio per poveri).

Alla lettera di Paolo VI non si poteva rispondere che in un modo: in agosto Teresa e un gruppetto di sisters presero l’aereo e sbarcarono a Roma. Non avevano nessuna struttura già pronta ad accoglierle.


La prima modestissima casa, nella periferica Tor Fiscale, con uno spazio usato come asilo nido per i bambini bisognosi, la costruirono con le loro mani, aiutate solo da due muratori della zona: “mescolavamo il cemento, portavamo i mattoni… Cantavamo e lavoravamo”. Nessuna telecamera a riprenderle. Gli unici rari scatti in bianco e nero li fece Enrico Zuppi, fotografo e giornalista dell’Osservatore romano, nonché padre dell’attuale cardinale di Bologna. La seconda casa romana, nel 1975, a San Gregorio al Celio, la ricavarono da un pollaio abbandonato nel monastero dei camaldolesi. In un palazzo adiacente, anche esso in disuso, col permesso del Comune, iniziarono ad accogliere senza tetto e persone altrimenti prive di ogni cura. Vederli pregare con le suore, prima del pranzo o nella messa domenicale, seri e compresi come non si vede di solito nelle nostre chiese, è un’esperienza indicibile.

Nel documentario compaiono anche alcune belle testimonianze, come quella di Marina Ricci: vaticanista del Tg5, era stata inviata a Calcutta per realizzare un servizio sulle Missionarie della Carità, chiese da brava giornalista cattolica come potesse rendersi utile all’opera di madre Teresa e loro la sorpresero (“fu un vero agguato” dice), mostrandole un bambino malatissimo, abbandonato in strada, accolto dalle suore; si chiamava Govindo ed è diventato il dono più grande che per molti anni ha allietato la famiglia di Marina.



La storia di Madre Teresa a Roma è legata a quella di migliaia di volontari che nel corso degli anni hanno dedicato parte del loro tempo ad aiutare il lavoro delle missionarie. Fra loro anche tanti uomini e donne della comunità romana di Cl. Fin dagli inizi, quando la comunità organizzava turni di assistenza nel ricovero notturno per i senza casa vicino alla stazione Termini. Ed ancora oggi, come forma di caritativa, senza il bisogno di esibire distintivi, in modo spontaneo, ciascuno portando il proprio contributo. Chi, medico, si presenta al Celio con il camice bianco (e riceve subito un grembiule da cucina per la mensa dell’ospizio); chi, insegnante di educazione fisica, aiuta gli ospiti più malandati a compiere qualche salutare esercizio fisico; chi passa il sabato pomeriggio aiutandoli a svagarsi e a ridere un po’ insieme; chi, nella casa di Tor Bella Monaca, si è dedicato ai bambini afgani disabili (e senza famiglia) che le suore hanno portato con se da Kabul; chi, avendolo fatto per mestiere, aiuta a restaurare le statue rovinate di Gesù, Giuseppe o Maria; chi aiuta, non sapendo fare altro, a realizzare i santini con le reliquie di santa Teresa inviati in tutta Europa. E così via… Naturalmente, ricevendo molto di più di quello che possono offrire: la gioia soprattutto, e la pace di volti in cui traspare con più semplicità la presenza operosa del Signore.


 
 

©2020 di Lucio Brunelli

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