Chi ha ucciso i monaci di Tibhirine?
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Nella notte tra il 26 e il 27 marzo del 1996 il rapimento dei monaci trappisti di Tibhirine, proclamati beati e martiri da papa Francesco. Sulle circostanze della loro morte, trent'anni dopo, ancora tanti dubbi.

Sono trascorsi trent’anni dall'eccidio dei monaci di Tibhirine. La loro storia emozionò il grande pubblico grazie al film “Uomini di Dio”, vincitore nel 2010 di un premio speciale della giuria al festival di Cannes. La pellicola raccontava la scelta dei monaci di rimanere a Tibhirine, un villaggio algerino, interamente musulmano, condividendo la vita della gente che aveva imparato ad amarli e rispettarli, mentre in tutto il paese infuriava la guerra civile e agli stranieri era intimato di lasciare l’Algeria. Una guerra sporca, innestata dal colpo di stato militare del 1992 che mise fuori legge il Fronte islamico di salvezza (Fis), uscito vittorioso alle elezioni politiche. Decine di migliaia di giovani musulmani impugnarono le armi contro il regime militare, alcuni scelsero la via del terrorismo. La repressione fu spietata, i morti oltre centomila. I monaci, tutti di nazionalità francese, non si schierarono. Il leggendario fratel Luc, medico, era abituato a curare ogni persona che bussava alla porta del monastero. Lo fece anche con i feriti di entrambi i fronti, i “fratelli della pianura” e i “fratelli della montagna”, come i religiosi chiamavano i militari e i ribelli.

Nella notte tra il 26 e il 27 marzo 1996 un gruppo di uomini armati fece irruzione nel monastero trappista e trascinò via sette dei nove monaci presenti (due riuscirono a nascondersi). Il 21 maggio ne fu annunciata la morte. La versione ufficiale attribuiva la strage al Gruppo islamico armato (Gia). Ma i dubbi sono cresciuti anno dopo anno. Ne parlano sottovoce, oggi, chiedendo l’anonimato, persone che furono vicine ai sette monaci, proclamati da papa Francesco beati e martiri della fede cristiana. Prudenza comprensibile, non si vuole mettere in difficoltà la piccola comunità cristiana che vive in Algeria e che papa Leone si accinge a visitare il 13 aprile in un pellegrinaggio sulle orme di sant’Agostino (un algerino, pure lui).
I primi dubbi sulla versione ufficiale emersero già nel giorno dei funerali, il 2 giugno 1966, ad Algeri, quando il tenace procuratore generale dei trappisti, Armand Veilleux, insistette per aprire le bare e procedere al riconoscimento dei suoi confratelli uccisi. (Lo vediamo in questa foto, è il monaco con la barba bianca).

Padre Armand scoprì, con orrore, che le bare contenevano solo le teste dei monaci. I dubbi si rafforzarono quando nel 2009, dopo l’apertura di un’indagine in Francia, fu messa a verbale la deposizione del generale Francois Buchwalter, all’epoca dei fatti addetto militare presso l’ambasciata francese ad Algeri: a provocare la morte dei religiosi sarebbe stato un blitz sbagliato dell’esercito, condotto con degli elicotteri; per nascondere la loro responsabilità i militari avrebbero fatto sparire i corpi dei monaci crivellati di pallottole, collocando nelle bare solo le teste.

Poi ci sono i racconti dei due superstiti; rivelano che i ribelli della zona altre volte avevano fatto irruzione nel monastero ma quelli che rapirono i sette martiri non s’erano mai visti, un “gruppo sconosciuto” lo definisce fratel Jean-Pierre Schumacher in un recente libro firmato dal giornalista François Vayne e dal postulatore padre Thomas Georgeon, “Thibirine vive”, pubblicato dalla Libreria editrice vaticana. Una cosa è certa: nella giunta militare, in quegli anni, stava montando un sentimento di avversione crescente verso la Chiesa cattolica, specialmente dopo l’iniziativa della comunità di sant’Egidio che nel 1994 aveva radunato a Roma le forze politiche dell’opposizione algerina nel tentativo di favorire una mediazione di pace. Un clima ostile che farà dire ad uno dei monaci incontrati a Tibhirine da padre Veilleux, pochi mesi prima dell’eccidio: «Se ci succederà qualcosa sappiate che non saranno stati gli islamici, ma quelli con le divise regolari». Presentimenti, ipotesi ma nessuna prova certa.

Qualunque sia però la verità sulla strage dei monaci, se i loro carnefici siano stati tagliagole islamisti o militari del regime, non cambia il valore della testimonianza che essi ci lasciano: non cercarono il martirio, vollero solo essere fedeli fino in fondo alla loro vocazione, di preghiera e di fraternità cristiana dentro un’amicizia con il popolo dell’islam. La gente di Tibhirine ne pianse la morte. Uomini di Dio, veramente. Nel suo testamento spirituale padre Christian de Chergé, priore del monastero, aveva assicurato in anticipo il perdono all’uomo che l’avrebbe ucciso: «E anche te, amico dell’ultimo minuto che non avrai saputo quel che facevi. Sì, anche per te voglio dire questo “grazie”, e questo “a-Dio” nel cui volto ti contemplo. E che ci sia dato di ritrovarci, ladroni beati, in Paradiso, se piace a Dio, Padre nostro, di tutti e due. Amen! Inch’Allah».
Una testimonianza che parla ancora oggi al nostro cuore in un tempo tenebroso di guerra e violenza. Ne è segno la mostra "Chiamati due volte" che dal Meeting di Rimini del 2025 ha girato il mondo, toccando Parigi e New York; adesso è visitabile a Roma nella splendida chiesa di santa Caterina dei funari

