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Ancora su Teresa, i primi racconti nella stampa italiana

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Aggiornamento: 2 ore fa


Dopo l'articolo di Avvenire che ricostruiva l'incontro tra Pasolini e la santa degli scartati, ho continuato a indagare sui primi reportage da Calcutta sulla fugura di madre Teresa. Il primo in assoluto, nel 1960, porta la firma di un grande inviato de La Stampa di Torino.

Ho raccontato tutto nell'Osservatore romano dell'11 marzo.


 

Pochi giorni prima di partire per l’India, a casa di un’amica, aveva sentito parlare di una donna straordinaria che a Calcutta si prendeva cura dei “rifiuti umani” abbandonati lungo le strade. Non ne aveva memorizzato bene il nome e nemmeno aveva capito che si trattava di una suora. Alfredo Todisco, inviato speciale de La Stampa di Torino, giornalista di razza, non era esperto di questioni religiose: veniva dal laicissimo settimanale Il Mondo, di Mario Pannunzio. In India intendeva realizzare un reportage sulle contraddizioni del grande paese del Mahatma Gandi. Arrivato a Calcutta, si ricordò della storia di quella misteriosa donna e cercò qualcuno che la conoscesse. Non fu difficile, in molti gli parlarono di suor Teresa. Riuscì a contattarla e fissarono un appuntamento. Le chiese se poteva trascorrere una giornata intera con lei, seguendola nelle sue attività quotidiane. E così fu.

Era l’ottobre del 1960. Suor Teresa aveva 50 anni e in Italia era una perfetta sconosciuta. Certo, di lei sapevano in Vaticano: dieci anni prima Pio XII aveva firmato il decreto di approvazione del nuovo ordine delle Missionarie della Carità. Ma sui giornali italiani nessuno aveva ancora raccontato l’opera di questa religiosa di origine albanese. Teresa non aveva mai viaggiato fuori dall’India, anche sulla stampa internazionale il suo nome non era noto. La popolarità verrà molto dopo, con il documentario della Bbc realizzato da Malcom Muggeridge nel 1969 (“Something beautiful for God”), la copertina di Time magazine nel 1975 e il premio Nobel per la pace nel 1979.

Così destino stabilì che il primo a raccontare nei media italiani l’umanità della futura santa fosse proprio Alfredo Todisco, giornalista non credente ma di rara sensibilità oltre che di penna sopraffina (era stato amico del poeta Umberto Saba a Trieste).

L’articolo uscì sulla terza pagina della Stampa il 21 ottobre 1960. Questo l’attacco del pezzo: «La chiamano l’“Angelo degli slums”. Magra, instancabile, avviluppata in una fluttuante tunica bianca, suor Teresa da più di dieci anni dedica la sua vita ai lebbrosi, ai piagati, ai derelitti, agli esseri che nessuno osa toccare, che suscitano un orrore più forte di qualsiasi umana pietà. È lei che mi ha fatto scendere nel fondo del pozzo della miseria indiana». Il racconto della sua giornata accanto a Teresa comincia nella casa per i moribondi aperta a pochi passi dal tempio di Kalì, la dea a cui, in un tempo non lontano, si offrivano sacrifici cruenti. «Sono entrato nell'ospizio con suor Teresa. Ho visto sopra delle brandine, affiancate le une alle altre, una moltitudine di spettri ossuti. Erano quasi tutti immobili, silenziosi, come assorti in un allucinato stupore, ed appariva chiaro che solo un ultimo soffio di vita li tratteneva sospesi in bilico sull'orlo di questo mondo».

Lo colpisce la storia di una vecchia trovata agonizzante in un fossato, sepolta dai rifiuti, il corpo pieno di vermi. Suor Teresa la lava con le sue mani, le sta vicino. La vecchia è sorpresa che qualcuno possa prendersi cura di lei. «Chiedeva a suor Teresa: “Ma perché lo fai?”. E suor Teresa, che parla il bengalese perfettamente, rispondeva: “Per l'amore di Dio”. E allora una specie di luce chiara si diffondeva sul viso tumefatto della moribonda. “Oh, che cosa meravigliosa. Dillo ancora”. E suor Teresa dovette ripetere quella semplice frase che l'abitudine religiosa le aveva messo in bocca, finché la vecchia spirò con una espressione dolce sulle labbra». Lasciato l’ospizio Todisco visita con suor Teresa la casa per i bambini abbandonati. Uno di loro, cieco, è stato trovato in un bidone della spazzatura. «Suor Teresa prese in braccio il piccolo cieco, che la riconobbe subito. Un sorriso soave illuminò il suo viso. Era il segno di un affetto che era germogliato nel fondo della sua oscurità e della sua solitudine, come per miracolo». Di miracoli così Todisco ne vide tanti, nelle ore trascorse a Calcutta in compagnia della religiosa. L’esperienza più sconvolgente fu la visita ad un accampamento di lebbrosi, alla periferia della città. Erano trentamila le persone afflitte da questo morbo a Calcutta, un milione in tutta l’India. Un male che, notava il giornalista, più ancora dell’orrore fisico suscitava un’avversione morale, quasi fosse il simbolo di mostruosi peccati. L’ambulanza delle suore sulla portiera reca invece la scritta: “tocca i lebbrosi con la tua compassione”. In compagnia di Teresa, Todisco percorre luoghi desolati, fogne puzzolenti, tuguri sudici. Finché arrivano al ghetto dei lebbrosi. Il racconto del giornalista continua, pieno di orrore e stupore insieme: «Quando suor Teresa si fermò dinanzi ad alcune capanne che lei conosceva bene, dalle aperture senza porte, nere come antri, uscirono lentamente i lebbrosi. Erano uomini e donne vestiti di poveri cenci, che il male aveva aggredito negli arti. Mani e piedi, talvolta coperti da qualche lurida benda, che avevano perduto le dita come un fiore marcio perde i suoi petali, apparivano mostruosamente sfigurati, sembravano estremità di rami o di radici risecchiti e contorti. Appena videro la bianca figura di suor Teresa, si dipinse sul volto dei malati un’espressione di reverente allegria. Era di fronte a loro qualcuno che sapeva guardarli con naturalezza ed ascoltare la loro miseria con animo soccorrevole: ciò che costituiva, per quegli sventurati, la più preziosa delle medicine».



L’incontro con madre Teresa fu indimenticabile. Todisco lo raccontò in modo più esteso nel suo libro “Un viaggio in India” nel 1962 e, negli anni successivi, quando passò al Corriere della sera, lo rievocò più volte sulla prima pagina del quotidiano milanese. Sempre con un senso di stupore e di ammirazione. Nel 1979 gli chiesero di commentare il conferimento alla religiosa del Nobel per la pace. Il ritratto del giornalista impressionò i lettori, Todisco ricevette al Corriere alcune lettere che contenevano cospicue offerte in denaro da recapitare alle Missionarie della carità.

Il primo articolo, quello dell’ottobre 1960, fu con tutta probabilità letto anche da Pier Paolo Pasolini. Lo scrittore e regista friulano stava anche lui programmando un viaggio in India, in compagnia di Alberto Moravia ed Elsa Morante. A Calcutta, nel gennaio 1961, desiderò anche lui conoscere suor Teresa. Raccontò il suo incontro in un lungo reportage apparso su Il Giorno il 9 marzo 1961 e poi confluito nel libro “L’odore dell’India” (1962). Memorabile la descrizione della futura santa, con la sua carità che gli appare potentemente pratica, “priva di ogni alone sentimentale” e “l’occhio dolce che dove guarda vede”. Impressiona che i primi due racconti su Madre Teresa, nella stampa italiana, furono firmati da un giornalista e da uno scrittore lontani dalla pratica religiosa, eppure entrambi restarono segnati da quell’incontro. «Devo dire che mai – annota Pasolini nel suo reportage - lo spirito di Cristo mi è parso così vivido e dolce».

 

 

 

 

 
 

©2020 di Lucio Brunelli

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