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  • Immagine del redattoreluciobrunelli

Perfect days

Aggiornamento: 14 feb

Ho visto Perfect days, di Wim Wenders.  Un film che ti entra dentro mentre lo guardi al cinema e poi non esce più. Continua a prenderti. Nei giorni successivi ti vien voglia di riassaporare ogni dettaglio, di rivivere ogni scena, di penetrare il senso di ogni particolare: dalle immagini evocative in bianco e nero che raccontano i sogni del protagonista fino alla scelta mai casuale di ogni canzone che fa da colonna sonora al film. Soprattutto ti porti dentro, e non vorresti perderlo, e ti chiedi come sia possibile mantenerlo vivo, lo stupore con cui il signor Hirayama ogni mattina, uscendo di casa, prima di andare a pulire i gabinetti pubblici di Tokio, guarda il cielo, e sorride.

 


 

Di lui, del signor Hirayama, intuiamo solo che in una vita precedente è stato un uomo ricco, un privilegiato benestante.  Ora invece è un modesto impiegato della Tokyo toilet: pulisce i pubblici vespasiani nella capitale del Sol Levante. Bagni avveniristici, progettati dai migliori architetti e artisti internazionali, ma pur sempre bagni pubblici. Non sappiamo come e perché sia avvenuto un tale rivolgimento nella sua vita. Fin dall’inizio scopriamo, però, ed è la cosa più sorprendente, che Hirayama non vive il suo drastico down-grade sociale con un senso di frustrazione. Al contrario, è un uomo contento. Vive da solo in un appartamento modesto, non ha la televisione, usa il cellulare solo per le emergenze, ama la musica degli anni 70 che ascolta tramite vecchie audiocassette. Ma nulla sembra mancargli. Nel lavora si applica con serietà, trovando soddisfazione nella pulizia ben fatta; a differenza del suo collega più giovane, che non capisce perché lui si impegni così a fondo: (“tanto poi il bagno lo sporcheranno di nuovo!”).



 Le giornate di Hirayama in apparenza sono sempre uguali, la sua routine è fatta di gesti ripetuti come in un rituale sacro: la sveglia all’alba (senza l’ausilio di alcun dispositivo digitale), le piantine da innaffiare, la colazione in piedi alla macchinetta sotto casa, il furgone con l’attrezzattura del lavoro, i tramezzini nella pausa pranzo nel parco comunale, un bagno ristoratore nelle docce pubbliche, la cena sempre nello stesso locale. La sera, prima di addormentarsi, la lettura di un libro. Eppure la monotonia non lo soffoca. Ogni minima circostanza diventa per lui un avvenimento suscitatore di meraviglia. I suoi sogni sono mostrati con immagini in bianco e nero, che richiamano frammenti del suo quotidiano: qui Wenders offre il meglio della sua arte cinematografica...



Come il gioco di luci ed ombre, provocato dai riflessi del sole tra le foglie mosse dal vento, mentre Hirayama fa colazione fra gli alberi. Lui con gli occhi all’insù, la vicina di panchina sempre con lo stesso volto triste e inespressivo. Alla fine del film, dopo il lento scorrere dei titoli di coda (non fate l’errore di alzarvi troppo presto dalla poltrona), una didascalia vi spiegherà che c’è una parola giapponese per quel luccichio in alto fra le foglie che ogni giorno Hirayama fotografa - con una piccola Olympus, ovviamente analogica - la parola è komorebi. Qualcosa che “accade una volta sola, in quel momento”, commenta la stessa finale didascalia.



Ecco, il mistero del signor Hirayama è proprio lì: vivere il presente, lasciandosi sorprendere da ciò che succede di meraviglioso e non ripetibile, una bellezza donata, impossibile da costruire con un proprio sforzo. Qualcosa di simile a ciò che Cormac McCarthy chiamava “la capacità di vedere il miracoloso”.

Ma non sono solo i giochi della Natura a incantare il nostro addetto alle pulizie. Quando uno ha gli occhi (e il cuore) così aperti, molta parte del reale diventa occasione di stupore e di sorriso. Anche la cordialità di uno sconosciuto utente della pubblica toilette che ogni giorno lascia infilato in un interstizio un foglietto di carta con il gioco del tris, invitandolo a replicare alle sue mosse. Oppure la visita imprevista di una nipote, la quale cerca a casa dello zio la semplicità di valori che non può darle quella vita borghese già ripudiata da Hirayama. Perché la vita è adesso, solo il presente conta. “Un’altra volta è un’altra volta, adesso è adesso” si dicono, sorridendo, la nipotina e lo zio.



La domenica è un giorno diverso, anche per lui. L’addetto alle pulizie dei bagni non indossa la tuta di lavoro. Inforca la bicicletta, va al tempio a pregare, poi a mangiare in un locale diverso da quello feriale. Qui ad accogliere gli ospiti c’è Mama, una donna speciale. Canta una versione giapponese di The house of the rising sun, struggente ballata popolare che racconta di una ragazza finita in un postribolo  di New Orleans chiamato, appunto, la Casa del sole levante (in inglese fu interpretata da Bob Dylan, da Joan Baez e per ultimi da The Animals; solo la versione italiana ridusse una grande storia di peccato e di redenzione in una misera storiella di “amore”). Tra Mama e Hirayama sta nascendo qualcosa? Anche qui, si va per intuizioni. Nessuno spazio al gossip. Nasce un equivoco, lui si rabbuia e vuole farsi una grande bevuta. Ma anche questa situazione diventa occasione imprevista di un incontro interessante. Un uomo malato di tumore, un gioco a rincorrere e sovrapporre le proprie ombre. Tra una birra e l’altra, una battuta di quelle che ti restano dentro, anche quando in sala si riaccendono le luci: “Se non cambiasse nulla, la vita sarebbe assurda, non trova?”.

Tanti ragionamenti si potrebbero fare su quale “messaggio” questo film intenda comunicare. Un inno alla sobrietà, contro una società tecnologica senz’anima. La contestazione, poetica, di un mondo dove il successo sembra l’unica divinità.  Anche questo, certo. Ma ridurre Perfect days solo a questo sarebbe un po’ tradire il nostro Hirayama, non prenderlo sul serio. Lui non è un eroe sociale alternativo. Lui vuole solo essere contento, oggi, nel mondo com’è adesso. Le domande vere semmai sono altre. Non sarà, la storia di Hirayama, solo una bella e utopica fiaba moderna? Com’è possibile, ammesso che lo si desideri, vivere come lui? Basta il desiderio? Su questo il film, come è giusto che sia, non fornisce risposte. Ai concetti Wenders preferisce il linguaggio evocativo delle immagini e della poesia. Il finale è un volto illuminato...


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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