top of page

Il papa quieto che voleva solo scomparire (per fare posto a Cristo)

  • 12 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Un anno con papa Leone. Una mia riflessione apparsa oggi nello Speciale dedicato da Repubblica all'anniversario







È una legge non scritta nella storia della Chiesa, una sequenza quasi matematica: dopo un papa dotato di grande comunicativa, arriva sempre un papa dal carattere più riservato e dai modi più riflessivi. Dopo il bonario papa Giovanni, l’austero Paolo VI; dopo i tormenti di Montini il sorriso di Luciani; il super mediatico Wojtyla seguito dal timido Ratzinger e, dopo l’uragano Francesco, il quieto Leone.

Papa Prevost è stato scoperto dai media internazionali solo all’undicesimo mese di pontificato. Quando una sera piovosa di aprile, uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, si è diretto con passo deciso verso il drappello di giornalisti che l’aspettava sotto gli ombrelli e, senza tentennamento alcuno, ha dichiarato che la minaccia di Trump, di riportare l’Iran all’età della pietra, era semplicemente “Inaccettabile”; aggiungendo poi che forse era il caso che la gente americana iniziasse a mobilitarsi, inondando di e-mail i congressmen per chiedere a gran voce la pace.



Tutto quello che è seguito, fino agli attacchi più recenti, è cosa nota. Basti ricordare la citazione di re Enrico II che apriva un commento del Wall Street Journal, lo scorso 20 aprile: “Chi mi libererà da questo prete impiccione?”. Il sovrano si riferiva all’arcivescovo Thomas Becket, assassinato nel 1170 da quattro cavalieri del re nella cattedrale di Canterbury. “I sentimenti di Donald Trump possono essere molto simili a quelli del re” chiosava l’influente quotidiano, con una punta, a dire il vero inquietante, di humor nero.

Da allora father Robert Prevost, divenuto Santo Padre l’8 maggio 2025, si è trasformato nei mass media in un leader molto popolare. Secondo gli ultimi sondaggi molto più apprezzato di Trump. Riviste e Tv a stelle e strisce sempre più spesso parlano di un “Catholic moment” accostando due fenomeni, in realtà distinti: il crescente numero di conversioni al cattolicesimo tra i giovanissimi della generazione Z e lo scontro fra Leone e l’inquilino della Casa Bianca. Il seguitissimo “60 minutes” della Cbs ha messo a tema il quiet revival della Chiesa cattolica. Secondo la rivista femminile Evie “il raduno più in voga oggi a New York è la messa cattolica”. E sul New York Times, Christine Emba spiega la “rinascita cattolica” con una “fame di autorità morale” e “sete di trascendente” in una generazione sperduta nel vuoto della società tecnologica. Riflessioni sorprendenti, se paragonate al sentimento di declino e vergogna che avvolgeva la Chiesa cattolica solo un paio di decenni fa, in pieno scandalo degli abusi sessuali del clero.



E lui, Pope Leo, come vive questo inatteso bagno di mediaticità? Ha già espresso educato disappunto verso chi leggeva ogni sua parola, anche quelle pensate solo per il dimenticato popolo del continente nero, come una nuova puntata della serie Leone-versus-Donald. Senza problemi ha accettato la visita del Segretario di Stato Marco Rubio, con la speranza (pensando anche a Cuba), di evitare altre sofferenze alle popolazioni e nuove “vittime innocenti”. Insomma, va dritto per la sua strada. Fedele al suo stile sobrio, non è interessato a perdere le sue giornate in una continua dialettica con il presidente Trump.



 Nella sua prima omelia, il 9 maggio 2025, Leone XIV aveva preso un impegno da lui definito “irrinunciabile” per chiunque eserciti una forma di autorità nella Chiesa: “Sparire perché rimanga Cristo”. Espressione molto simile a quella che un altro papa riservato, Montini, scrisse a chi gli chiedeva suggerimenti su una raccolta di testi del suo magistero: “Meno Papa e più Cristo!”. Ma anche il cardinale Bergoglio, presentandosi ai porporati riuniti alla vigilia del conclave, il 9 marzo 2013, aveva evocato il mysterium Lunae: la Chiesa come la Luna non può vivere di luce propria, ma solo della luce del “Sole di giustizia”. Una Chiesa che “ricomincia da Cristo”, come leggiamo negli scritti di Prevost (prima di diventare Papa) pubblicati dalla Libreria Editrice Vaticana.

 Perché alla fine, pensa Leone, la cosa più interessante di tutto il cristianesimo, anche per i giovani cresciuti in un tempo postcristiano, è proprio il mistero di quell’uomo che si proclamò Dio. Come un connazionale del Papa americano, il leggendario Cormac McCarthy, raccontava ne Il Passeggero: «Gesù quando l’hai visto una volta l’hai visto per sempre. Il caso è chiuso. È un tizio piuttosto definitivo».


 

 

 
 
 

Commenti


©2020 di Lucio Brunelli

bottom of page