Il Catechismo, Agostino e la (in)giusta guerra all'Iran
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La dottrina della "guerra giusta" è stata invocata per giustificare l'intervento militare contro l'Iran. In questo articolo su Avvenire ho provato ad analizzare, uno ad uno, i quattro criteri di tale dottrina riassunti dal Catechismo della Chiesa cattolica (sotto la supervisione del cardinale Ratzinger..)

Da più parti alla Chiesa cattolica è stata imputato un pacifismo astratto e l’abbandono della dottrina della “guerra giusta”, elaborata nel corso dei secoli da teologi come Agostino e Tommaso. Negli Stati Uniti è stato il vicepresidente J. D. Vance a muovere questo rilievo, direttamente a Papa Leone. Critiche simili, seppure con toni diversi, in Italia hanno trovato eco in commenti vari, apparsi su Libero e Il Foglio. Il solo fatto di rimproverare al primo papa agostiniano di non tenere in debita considerazione la teologia di Agostino basterebbe forse a rendere risibili queste affermazioni.

Ma proviamo a prendere sul serio sia le obiezioni al presunto “pacifismo” cattolico sia la dottrina che storicamente ha giustificato il ricorso alle armi come legittima difesa. Non si tratta di una disputa solo teorica, in questione è il giudizio sulla guerra che Trump, il 28 febbraio, ha mosso all’Iran (insieme a Netanyahu). Quanti invocano la teoria della “guerra giusta” credono di trovare in essa buone ragioni per giustificare moralmente l’intervento militare: Stati Uniti e Israele sarebbero stati costretti all’uso della forza per scongiurare un pericolo mortale incombente sulle loro nazioni e sull’intero pianeta: il possesso di armi nucleari da parte dell’Iran.
In campo cattolico alcuni commentatori hanno risposto affermando il carattere obsoleto di una dottrina che sarebbe stata superata da alcuni atti del magistero , da Giovanni XXIII, con l’enciclica Pacem in terris (1963) fino a Francesco, con la Fratelli tutti (2020). Ed è indubitabile che gli ultimi Pontefici abbiano considerato sempre meno ammissibile il ricorso alle armi, ripudiando “senza se e senza ma” la guerra come strumento di risoluzione delle controversie (papa Bergoglio ha citato più volte la nostra bella Costituzione). Resta il fatto che il Concilio Vaticano II afferma che, in caso di ingiusta aggressione, ai governi “non può essere negato il ricorso alla legittima difesa” (Costituzione Gaudium et spes). Inoltre il Catechismo della Chiesa cattolica, emanato nel 1992 da san Giovanni Paolo II e mai emendato su questo punto dai suoi successori, fa esplicitamente riferimento alla dottrina della “guerra giusta”. Posizioni non riconducibili, dunque, ad un ingenuo pacifismo assoluto.

Allora, come se ne esce? La questione va posta diversamente da uno schierarsi, a priori, pro o contro la dottrina sulla “iustum bellum”. Si tratta piuttosto di verificare, in modo serio, i criteri concreti di tale dottrina, come sono riassunti nel Catechismo. Questi criteri sono in grado di illuminare il giudizio sulla guerra contro l’Iran. Sono quattro e il Catechismo specifica che il ricorso alle armi, per essere considerato una legittima difesa, deve rispettare tutte e quattro le condizioni indicate, contemporaneamente. La prima: «che il danno causato dall'aggressore alla nazione o alla comunità delle nazioni sia durevole, grave e certo». Come appare evidente il Catechismo non contempla il caso di una guerra preventiva. Si deve essere in presenza di un’aggressione reale, che abbia già provocato danni gravi. In questa fattispecie rientra l’Ucraina, molto difficile farvi rientrare l’attacco all’Iran.
La seconda condizione: «che tutti gli altri mezzi per porvi fine (all’aggressione) si siano rivelati impraticabili o inefficaci». Trump e Netanyahu sostengono di aver provato inutilmente la via del negoziato per convincere l’Iran a rinunciare al presunto programma nucleare per fini militari. È davvero così? Non lo sappiamo con certezza. Un dubbio è legittimo.
Terzo criterio per intraprendere una legittima difesa militare: «che ci siano fondate condizioni di successo». Altro che astrattezza del pacifismo cattolico: qui c’è un realismo estremo. Anche di fronte ad un ingiusto aggressore, ha senso mandare i propri giovani a morire se non c’è alcuna possibilità di successo? Domanda tremenda, anche per i governanti ucraini. In teoria avrebbe più fondate probabilità di successo l’attacco israelo-americano all’Iran ma, considerando gli sviluppi del conflitto, anche qui un dubbio è lecito.

Quarta condizione: «che il ricorso alle armi non provochi mali e disordini più gravi del male da eliminare. Nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione». È alquanto complicato stilare un bilancio preciso delle vittime dell’attacco all’Iran con le annesse ripercussioni in tutto il Medio Oriente. I morti totali sono alcune migliaia, tra loro le 163 bambine iraniane della scuola colpita il primo giorno dell’attacco da un missile americano. Drammatiche anche le conseguenze in Libano, con oltre un milione di sfollati, su una popolazione totale di sei milioni di abitanti. Per non parlare del “disordine” internazionale provocato dal blocco dello stretto di Hormuz, con la preoccupante crisi energetica. Una situazione che non soddisfa certamente il quarto criterio del Catechismo.
Notazioni finali. È curioso come a infervorarsi per la dottrina della guerra giusta siano i più entusiasti sostenitori di Trump. Curioso perché, come abbiamo visto, un’applicazione seria dei criteri di tale dottrina non porta certo ad un’approvazione morale dell’ultima avventura militare del presidente Usa. Altro elemento buffo è la chiamata in causa del pensiero di Joseph Ratzinger a sostegno delle proprie tesi, come se egli fosse il più entusiasta sostenitore di una dottrina bellicista.

Ricordiamo come nel 2003, deludendo gli “atei devoti” che lo avevano eletto a proprio beniamino teologico, il cardinale tedesco bocciò senza mezzi termini la seconda guerra del Golfo di George Bush, appoggiandosi proprio sui criteri enucleati dal Catechismo (di cui lui era stato il supervisore dottrinale). Al termine del suo ragionamento l’allora Prefetto della Fede giungeva a interrogarsi sulla stessa plausibilità di un’espressione come “guerra giusta”. Queste le sue non equivocabili parole, in un’intervista al mensile 30giorni (n.4, 2003): «Non esistevano motivi sufficienti per scatenare una guerra contro l’Iraq. Innanzitutto fin dall’inizio è stato chiaro che non era garantita la proporzionalità tra le possibili conseguenze positive e i sicuri effetti negativi del conflitto. Al contrario, sembra chiaro che le conseguenze negative saranno superiori a quanto di positivo si potrà ottenere. Senza contare poi che dovremmo cominciare a domandarci se al giorno d’oggi, con le nuove armi che permettono distruzioni che vanno ben al di là dei gruppi combattenti, sia ancora lecito ammettere l’esistenza stessa di una “guerra giusta”».




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