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I santi balbuzienti

Aggiornamento: 5 giorni fa


Il dono delle faville dello Spirito Santo, ma non quello della favella davanti a un pubblico uditorio. Santi difettosi nell’eloquio eppure, a modo loro, testimoni eloquentissimi della fede cristiana.




Santi balbuzienti. Ce ne sono stati e ce ne saranno ancora, nascosti forse nell’anonimato dei santi della porta accanto. Un drappello significativo nella storia della santità e con tante sorprese. Cominciamo da san Leopoldo Mandić, il frate cappuccino che passò la maggior parte dei suoi anni chiuso in una cella a confessare. Nella recente biografia firmata da Pina Baglioni non è nascosto il suo difetto nel parlare. Ma dobbiamo ringraziare anche questo impedimento naturale se egli fu “costretto” (in realtà lo fece volentieri e con grande amore) a dispensare misericordia oltre la grata a migliaia e migliaia di anime riconoscenti. Sino a diventare il confessore più amato in Italia insieme a san Pio da Pietrelcina: non a caso papa Francesco volle le loro spoglie a Roma, esposte entrambe alla venerazione dei fedeli nella basilica di san Pietro, durante il Giubileo straordinario della misericordia nell’anno 2016.Padre Mandić non è l’unico santo tartagliante. Se andiamo indietro nei secoli in pieno Medioevo troviamo il beato Notkero detto Balbulus, cioè balbuziente, soprannome che lui stesso si dette con buona dose di ironia e senso di libertà.



Nato nell’anno 840 da una nobile famiglia nel cantone svizzero di Zurigo, a scuola primeggiava in tutte le materie ma la sua lingua incespicava e i compagni di classe lo schernivano facendogli il verso. Un caso di bullismo medievale. Terminati gli studi chiese di entrare nel monastero benedettino di San Gallo dove in breve divenne direttore della scuola del monastero, che sotto di lui conobbe una straordinaria fioritura. I suoi biografi lo definiscono “gracile nel corpo ma non nell’animo, balbuziente nella voce ma non nello spirito”. Uomo mite e di buon umore, Papa Giulio II lo proclamò beato nel 1513.

Anche santi più famosi, insospettabili giganti della fede, furono afflitti dal medesimo imbarazzante inconveniente del linguaggio. Un nome per tutti, quello di san Carlo Borromeo, instancabile uomo di Chiesa e leader della riforma cattolica seguita al concilio di Trento. Giovan Pietro Giussano nella più celebre biografia del santo lombardo pubblicata nel 1610, anno della sua canonizzazione, ci informa che “era molto impedito nella favella”. Altri agiografi raccontano che Carlo da giovane ebbe molto a soffrire perché la balbuzie era “considerata da qualcuno segno di ottusità”. Non era proprio così. E l’intera vita del santo nato sulle rive del lago Maggiore fu una radicale smentita di questo pregiudizio. Probabilmente san Carlo non sarà ricordato per la sua oratoria ma certamente lo è per l’amore ai poveri che non richiedeva scioltezza di lingua ma un cuore grande e abbondanza di Grazia.Per restare in famiglia, anche il cugino maggiore di san Carlo, il cardinale Federico Borromeo, conobbe da bambino l’umiliazione del tartagliare. Sembra che diventando adulto riuscì a superare questo problema ma se pure qualche residua traccia di balbuzie rimase, non oscurò la sua fama di uomo di Dio coraggioso e sapiente tanto che Alessandro Manzoni ne fece il protagonista di una delle pagine più belle dei Promessi sposi, laddove il cardinale Borromeo riceve la conversione dell’Innominato. E a proposito del Manzoni, lui stesso ebbe problemi del linguaggio. «Io — diceva — la parola la vedo; essa è lì ma non vuole uscirmi dalla bocca».



Lui, in realtà, cercava di scherzarci su, e spiegò così il suo rifiuto della nomina a deputato nel parlamento italiano: «Poniamo il caso che io volessi parlare e mi volgessi al presidente per domandargli la parola, il presidente dovrebbe rispondermi: “Scusi, onorevole Manzoni, ma a lei la parola io non la posso dare”».Insomma anche il buon Manzoni avrebbe potuto rivolgersi, per ottenere assistenza e conforto, a san Mommolino di Loyon, monaco francese del settimo secolo, coltissimo e perfettamente bilingue: da tempo immemorabile viene invocato come protettore dei balbuzienti e dei dislessici. In questo nostro tempo del Talk Show se non sai sostenere almeno una diretta Instagram o un live su Zoom puoi dirti un uomo (e anche un cristiano) finito.E, certo, si tratta di strumenti utili, anche di evangelizzazione, per carità. Ma i santi che tartagliano ci raccontano un’altra realtà, dove non è la parlantina ma la grazia divina a muovere la storia. Pensiamo a Mosè, l’uomo a cui Dio consegnò le Tavole della Legge, il condottiero che liberò il suo popolo dalla schiavitù d’Egitto e lo condusse sino alla soglia della Terra promessa. Ebbene, anche il profeta più coraggioso della storia aveva seri problema di favella. Lo confida lui stesso al Signore, come racconta il libro dell’Esodo, capitolo 10: «Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua». Fu lo stesso Jahvè a suggerirgli il rimedio: eleggere come proprio porta-voce il fratello Aronne, che infatti lo affiancò egregiamente negli ammonimenti al Faraone.




Entrambi, il balbuziente Mosè e il suo speaker Aronne, pur non avendo conosciuto qui sulla terra Gesù Cristo, sono venerati come santi dalla Chiesa cattolica.

(Articolo pubblicato il 24 marzo 2023 su L'Osservatore romano)

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