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  • luciobrunelli

Le suore martiri dello Yemen

Aggiornamento: 23 lug

"Insieme viviamo insieme moriamo", così scrivevano nella loro ultima lettera, prima di essere ammazzate, le suore di Madre Teresa. Le avevo conosciute alcuni anni prima, durante un viaggio nello Yemen, paese arabo di struggente bellezza. E il loro sorriso non ha mai smesso di farmi compagnia


Un giorno Dio decise di affacciarsi dal cielo per vedere come stavano andando le cose sulla terra. Si accorse subito che Londra era molto cambiata dall’ultimo affaccio e l’Egitto non era affatto come se lo ricordava. Ma lo Yemen… beh – sorrise Dio – lo Yemen non è cambiato affatto dal giorno in cui lo creai. Ascolto questa antica leggenda mentre davanti agli occhi scorre un paesaggio lunare, grandi crateri grigi digradano verso l’immensa spiaggia deserta. Il silenzio spezzato solo dal rotolio svogliato delle onde e dallo stridio dei gabbiani. Non si vede una casa e nemmeno, a dire il vero, alcun altro segno di vita umana a perdita d’occhio. Ci troviamo nella costa meridionale dello Yemen e sembra davvero che nulla qui sia mutato dal primo giorno della creazione. Ma c’è da dubitare che oggi Dio a vedere questo paesaggio possa sorridere compiaciuto. La sabbia candida, infatti, nasconde un segreto terribile.



Quelle pietre laviche, nere, disseminate lungo la spiaggia non sono lì a caso, segnalano la presenza di fosse comuni. Decine e decine di corpi di uomini, donne, bambini. Somali in fuga dal loro paese su piccole imbarcazioni, morti durante la traversata del Golfo di Aden, spesso affogati a pochi metri dalla riva perché non sapevano nuotare. I pescatori di un villaggio vicino gli hanno dato sepoltura scavando grosse buche sulla spiaggia; dal numero di pietre nere capisci quanti sono i cadaveri che riposano lì sotto: “venti pietre, venti corpi…”, spiega Aoud, giovane yemenita che ci accompagna sul posto. “Non è stato possibile fare di più, i volti erano irriconoscibili, i documenti dispersi in mare”. Sepolti senza un nome, senza una lapide, i loro cari non avranno mai un luogo dove piangerli. Ascolto il racconto dell’ultimo naufragio e mi domando come sia possibile che tanto dolore conviva con tanta bellezza. Da bambino la guerra riuscivo a pensarla solo in bianco e nero, col cielo buio, l'aria fredda e la terra sporca. Ancora adesso faccio fatica a immaginare che dei ragazzi dell’età di mio figlio siano morti combattendo in un prato fiorito, impauriti, sotto un cielo azzurro e l’aria tiepida. O che dei bambini come Amhal, con cui ho giocato qualche ora prima in un campo profughi, siano affogati in un mare così bello, e ora stiano lì sotto, tutti coperti di sabbia.

È il 12 marzo 2008. Nello Yemen dobbiamo realizzare con Andrea Martino un reportage per Tg2Dossier su questo paese sospeso tra inferno e paradiso. È in questa occasione che incontro le suore di madre Teresa di Calcutta, nelle loro case di Sana’a e di Aden dove accolgono persone povere con disabilità fisiche o psichiche, tra loro anche qualche rifugiato somalo.



Non riesco a dimenticare il sorriso di quelle suore, il senso di pace profonda che trasmetteva. Nel marzo del 2016 – esattamente otto anni dopo il mio viaggio yemenita – la casa di accoglienza di Aden fu assalita da un commando di uomini armati, probabilmente terroristi islamici, che trucidò quattro delle cinque suore e sedici volontari che assistevano gli anziani. Tutte le vittime furono trovate con le mani legate e un proiettile nella testa.

Lo Yemen non era ancora sprofondato nella guerra civile ma il nostro viaggio, organizzato dall’Unhcr, l’agenzia Onu per i rifugiati, era già considerato pericoloso per i frequenti rapimenti di stranieri e per la presenza di cellule attive di Al Kaida. Una delle vie che dovevamo percorrere per attraversare il paese da nord a sud si chiama Bin Laden road, l’ha costruita il padre di Osama Bin Laden, l’ideologo dell’attacco alle Twin Towers. Fummo obbligati a viaggiare sotto scorta, accompagnati in ogni spostamento da un pick up su cui era piazzata una grossa mitragliatrice; precauzioni necessarie, ci fu detto, perché anche un convoglio dell’Onu recentemente era stato fatto oggetto di colpi d’arma da fuoco.

Il primo incontro con le missionarie della carità fu nella capitale Sana’a. Quando varchi le mura della città vecchia perdi il senso del tempo, sei catapultato in un mondo di fiaba, con quei palazzi colorati che sembrano fatti di cartone e invece sono di argilla, le facciate di creta bianca e i balconcini intagliati che sembrano merletti. Capisci perché Pier Paolo Pasolini ne rimase ammaliato e girò anche un documentario sulle antiche mura di Sana’a in forma di appello all’Unesco: “Lo Yemen architettonicamente, è il paese più bello del mondo. Sana’a, la capitale, è una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell'incomparabile disegno…”



Leggevo queste parole di Pasolini mentre, con altri colleghi e con l’interprete somalo, mi dirigevo verso la casa delle missionarie della carità. Pasolini fu il primo scrittore in assoluto a scoprire madre Teresa di Calcutta. Prima di molti cardinali di Curia, prima della stampa cattolica, prima di tutti: già nel 1961 la incontrò a Calcutta quando il nome della suora albanese non diceva ancora nulla ai media internazionali, rimase colpito dal “suo occhio dolce che dove guarda, vede” e dalla sua “bontà senza aloni sentimentali, serena, potentemente pratica”.

Stesse umane caratteristiche che vedevo ora illuminare lo sguardo delle suorine nella casa-convento di Sana’a, dove ospitavano una ventina di persone abbandonate, “i più poveri tra i poveri”, come voleva madre Teresa. L’edificio non mostrava, all’esterno, nessun simbolo della fede cristiana. Dettaglio questo che aveva attirato l’attenzione di alcuni colleghi. Volevano far dire alle religiose cattoliche - alcune indiane, altre africane - ciò che non potevano dire e cioè che il paese in cui avevano scelto di testimoniare il Vangelo, lo Yemen, era un paese difficile, con una storia di intrecci inediti tra islam e marxismo e in quella situazione non era prudente esibire in pubblico i segni della fede cristiana. Erano ben coscienti dei pericoli che correvano. Nel 1998 un fanatico aveva già ucciso tre suore nella casa di Hodeida, nel nord del paese e il governo aveva promesso una protezione speciale alle missionarie sbarcate in Yemen nel 1973. Ma i rischi persistevano. Una “denuncia” pubblica contro l’intolleranza islamista non avrebbe migliorato la loro condizione, anzi le avrebbe esposte a maggiori pericoli. E poi quello era il loro stile: esserci, una presenza che parlava con i loro volti, con i loro gesti, con la loro carità.



Ricordo la reazione di un collega che insisteva, con tono quasi di rimprovero, domandando quale senso avesse, allora, per delle religiose missionarie, stare in quel posto se non potevano “evangelizzare”. Come se evangelizzare significasse fare proseliti e non testimoniare con la vita la propria fede, anche nei luoghi più ostili, affidando al buon Dio l’eventuale conversione delle persone incontrate. Preso in questa discussione avevo perso di vista il mio interprete, un somalo di religione musulmana. Mi misi a cercarlo e lo ritrovai seduto su un lettino, che parlava con una signora anziana, ospite della casa delle missionarie della carità. L’uomo aveva gli occhi lucidi. Gli chiesi cosa fosse successo, perché stesse piangendo. L’interprete non riusciva a parlare, balbettava qualche parola e scuoteva il capo. Solo dopo qualche minuto si riprese e mi raccontò che quella donna era somala come lui: “l’hanno trattata come una regina, lei mi ha detto proprio così: le suore mi hanno trattato come una regina!”. Molti anni prima la donna era scappata dalla Somalia; aveva patito numerose violenze e pianto la morte dei familiari, vittime della guerra civile; era riuscita ad approdare nello Yemen dopo aver attraversato il golfo di Aden su un gommone ma poi, dopo aver girovagato senza meta e senza alcun aiuto, la sua vita era rotolata sempre più in basso, nella depressione e nell’abbrutimento. Un relitto umano. Le suore l’avevano raccolta per strada. E l’avevano trattata come se ai loro occhi fosse la persona più importante del mondo, una regina, come continuava a ripetere, stupefatto, l’interprete. Ora era tutta bella pulita, più serena, uscita dall’oscurità, piena di gratitudine. Pensavo alla discussione di pochi istanti prima, sull’assenza della croce nella facciata esterna del convento e sul velato rimprovero alle suore di essere troppe arrendevoli verso l’islam e di rinunziare all’evangelizzazione… E guardavo quella donna rinata e il mio interprete musulmano, stupito e commosso dal modo in cui delle suore cattoliche avevano trattato la sua connazionale devastata dalla vita. Pensavo a come è diverso il modo in cui Dio agisce nel mondo, rispetto ai nostri presuntuosi ragionamenti.

Il secondo incontro con le missionarie della carità avvenne nella città portuale di Aden. Ci vedemmo nella chiesa della Sacra famiglia nel quartiere Crater, la chiesa più antica di Aden, risalente al periodo coloniale britannico, sconsacrata negli anni Sessanta dal regime comunista dello Yemen del Sud e successivamente restaurata.

Le suore con il sari bianco bordato di blu ci hanno salutato con il loro consueto sorriso. Avrebbero potuto condividere con noi pensieri e problemi sulla loro precaria sicurezza. Preferivano invece comunicarci la loro letizia, la cui sorgente è nel rapporto con Cristo.


All’uscita della chiesa incontrammo anche le tre uniche famiglie cristiane yemenite di Aden. In tutta la città i cattolici erano appena trecento, perlopiù stranieri, immigrati filippini o indiani. Ma c'era anche questa piccolissima ma commovente presenza di cattolici autoctoni.

Le donne avevano le mani tatuate secondo il modo arabo. Il rosario e l’hennè: mi fa sempre impressione, quando viaggio in Medio Oriente ma anche in Africa o in America latina, vedere come il cristianesimo può tranquillamente diffondersi ed esprimersi in tutte le culture, assumendone i tratti peculiari senza snaturarsi.

Quelle donne yemenite, cattoliche, ci dissero che avevano ricevuto la fede dai loro genitori i quali, a loro volta, l’avevano ricevuta dai loro nonni. Accanto a loro stavano le suore di madre Teresa, gioiose.

Non ricordo i loro nomi. Non so se quelle stesse suore fossero ancora lì, a Aden, quando alle otto del mattino del 4 marzo 2016, mentre servivano la colazione ai loro poveri, un branco di belve umane fece irruzione nella loro casa di accoglienza e giustiziò quattro delle cinque missionarie presenti (una riuscì a nascondersi e sopravvisse) e sedici innocenti volontari. Suor Annselna, suor Judith, suor Margarita e suor Reginette: questi i nomi delle religiose uccise, una era di nazionalità indiana e le altre tre africane. C’erano state avvisaglie di un pericolo incombente. L’anno precedente la chiesa del Crater era stata prima saccheggiata e poi data alle fiamme. La condizione delle religiose, come quella dell’intera popolazione yemenita, s’era fatta più difficile con la guerra civile divampata all’inizio del 2015. Le missionarie della carità erano la presenza più inerme, l’obiettivo più esposto alla follia integralista. Ma decisero di non abbandonare il paese. Restarono a Aden. Quando intorno al convento piovevano le bombe, si stringevano forte sotto le scale e pregavano. “Insieme viviamo, insieme moriamo” scrivono alla madre superiore, pochi mesi prima della loro morte. Il testo della lettera fu rivelato da Tv2000, il 12 marzo 2016. A quell’epoca dirigevo l’informazione dell’emittente della Cei, fu un’emozione profonda scoprire l’esistenza di quella lettera e poterla diffondere: “Ogni volta che i bombardamenti si fanno pesanti noi ci inginocchiamo davanti al Santissimo esposto, implorando Gesù misericordioso di proteggere noi e i nostri poveri e di concedere pace a questa nazione. Non ci stanchiamo di bussare al cuore di Dio confidando che ci sarà una fine a tutto questo. Mentre la guerra continua ci troviamo a calcolare quanto cibo potrà essere sufficiente. I bombardamenti continuano, le sparatorie sono da ogni parte e abbiamo farina solo per oggi. Come faremo a sfamare domani i nostri poveri? Con fiducia amorevole e abbandono totale, noi cinque corriamo verso la nostra casa d’accoglienza, anche quando il bombardamento è pesante. Ci rifugiamo a volte sotto gli alberi pensando che questa è la mano di Dio che ci protegge. E poi corriamo di nuovo velocemente per raggiungere i nostri poveri che ci attendono sereni. Sono molto anziani, alcuni non vedenti, altri con disabilità fisiche o mentali. Subito iniziamo il nostro lavoro pulendo, lavando, cucinando utilizzando gli ultimi sacchi di farina e le ultime bottiglie d’olio proprio come la storia del Profeta Elia e della vedova. Dio non può mai essere da meno in generosità fino a quando rimaniamo con lui e i suoi poveri. Quando i bombardamenti sono pesanti ci nascondiamo sotto le scale, tutte e cinque sempre unite. Insieme viviamo, insieme moriamo con Gesù, Maria e la nostra Madre”.



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