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  • luciobrunelli

Il segreto del piccolo Giulio

Aggiornamento: 22 lug


I grandi baffi bianchi di Giulio Segre tremavano ancora per l’emozione quando raccontava la sua storia, settanta anni dopo gli avvenimenti che segnarono la sua vita: lui, bambino ebreo, costretto a recitare per oltre un anno la parte del nipote di un prete cattolico, don Cirillo Perron: recita che non ammetteva errori, se voleva salvare lui e i suoi genitori dai campi di sterminio.



Prova a immaginarti per un attimo bambino: i tuoi genitori ti dicono all’improvviso che devono separarsi da te, andar via, nascondersi, chissà per quanto tempo; e tu devi restare lì, d’ora in poi avrai un nuovo cognome, scordati quello antico, sarai ospite di uno sconosciuto che devi abituarti a chiamare zio… E soprattutto, ascolta bene: non dovrai confidare a nessuno, nemmeno ai nuovi compagni di scuola, il segreto della tua vera identità, perché ne andrebbe della tua vita...

Viene la pelle d'oca a immedesimarsi anche solo un momento in questo bambino di 7 anni, con i capelli biondi e lo sguardo allegro, fino a quel giorno. Un terremoto emotivo che perfino il grande carattere di Giulio Segre, piemontese sobrio e riservato, faticava a nascondere, sette decenni dopo.

Incontrai Giulio nella sua abitazione di Saluzzo, provincia di Cuneo, nel dicembre 2013. Ero accompagnato dal nipote - il nipote vero - di don Cirillo Perron, anche lui valdostano, anche lui sacerdote: don Donato Perron, amante di Dio e della Montagna, diventato caro amico di Giulio. Fu una delle esperienze umanamente più intense nella mia vita di giornalista (l’intervista fu trasmessa in Tv nel gennaio 2014 nella rubrica Tg2Storie curata da Maria Concetta Mattei).



Giulio non era più un bambino, aveva 77 anni, una malattia che non lascia scampo già minava il suo corpo, ma la mente era lucida e la volontà di rendere omaggio al suo finto zio, incrollabile. Ogni particolare di quella storia era ben impresso nella sua memoria.

Terzo anno di guerra, 3 dicembre 1943. A Cormaiore, così il fascismo aveva “italianizzato” Courmayeur, c’era la neve. E il fumo della stufa di don Cirillo Perron saliva con lente volute verso i monti. La famiglia del piccolo Giulio era riuscita grazie ad una soffiata ad evitare l’ordine di arresto emesso il giorno precedente nei confronti di tutti i cittadini di etnia ebrea. Erano rimasti, a Saluzzo, i nonni di Giulio, Moise ed Emma; il decreto che ordinava la deportazione stabiliva che le persone anziane fossero risparmiate, quindi i nonni si sentivano abbastanza tranquilli di restare ma non ci fu pietà, nemmeno per loro; furono catturati e costretti in un treno per Auschwitz; finirono entrambi nelle camere a gas, i loro corpi mai ritrovati, probabilmente cremati e le ceneri disperse nel vento. Ma di questi terribili eventi la famiglia di Giulio ebbe notizia solo alla fine della guerra. Ora, loro, pensavano solo a fuggire da Saluzzo. “All’alba preparammo la valigia e prendemmo la corriera verso Courmayeur, nella speranza ingenua di raggiungere la Svizzera neutrale”.

Lui, mamma Eugenia e papà Vittorio. Il cuore in tumulto.



Ripensando a quegli anni Giulio ancora non si capacitava di come suo padre e la comunità ebraica di Saluzzo avessero sottovalutato la minaccia incombente. Eppure, non erano mancate avvisaglie molto serie. "A Saluzzo avevano trovato rifugio ebrei fuggiti dalla Slovenia e i loro racconti sulle persecuzioni naziste erano spaventosi..". Inoltre a Roma, nel mese di ottobre, c'era già stata la razzia nell’antico ghetto ebraico della capitale. "Nella comunità di Saluzzo molti pensavano che il fascismo non si sarebbe mai spinto a tanto, contavano sulle buone entrature nel partito… in altri tempi avevano funzionato”. Ma alla fine anche a Saluzzo l'incubo si era materializzato.

Papà Vittorio aveva confidato nell’aiuto di un passeur ma le speranze di una fuga in Svizzera si erano infrante al confine contro un muro di ghiaccio e davanti all’impossibilità di eludere i controlli della polizia di frontiera. Così ora, Vittorio Segre (nessuna parentela diretta con Liliana Segre) non sapendo cos’altro fare, disperato, bussava alla porta del parroco di Cormaiore. Poteva essere un prete filofascista, poteva semplicemente rifiutarsi di aiutarli perché ospitare un ebreo, nasconderlo nella propria casa, era un reato punibile con la morte. E la ricompensa di 5mila lire per chiunque denunciasse i fuggitivi poteva fare gola a molti. “Invece don Cirillo ci aprì le porte”. Offrì del vino bianco ai genitori e una cioccolata al bambino. E li ascoltò, preoccupato ma con attenzione. Vittorio ed Eugenia dissero che loro avrebbero cercato trovare riparo da qualche parte ma Giulio, no, non potevano rischiare di portarlo con loro, era troppo piccolo e la fuga troppo pericolosa… se a don Cirillo fosse venuta un’idea... "A don Cirillo l’idea venne; poteva farmi passare per un suo nipote convalescente a cui i medici avevano consigliato l’aria di montagna”. Il prete avrebbe pensato a fornirgli una nuova identità, il nuovo cognome di Giulio sarebbe stato Bigo. Il bambino doveva imparare a chiamarsi così, anche nella scuola elementare dove il prete l’avrebbe iscritto. “Non fu facile per me, non potevo confidarmi neanche con i nuovi amichetti della terza elementare”.



Così i genitori di Giulio con le lacrime agli occhi lasciarono Courmayeur ed il bambino rimase solo, nella canonica, con ‘zio’ Cirillo. Per prima cosa il parroco pensò a procurare una carta di identità falsa per il bambino, lo aveva già fatto per altri fuggitivi, era rischioso ma sapeva a chi rivolgersi, persone fidate. Delle prime ore passate nella sua nuova abitazione Giulio ricordava una partita a dama con il parroco e un formaggio locale, il Reblec, molto cremoso, di cui don Cirillo scherzando diceva che aveva tre virtù: "leva la fame, leva la sete e pulisce i denti".

Per Giulio tutto era nuovo. Doveva imparare in fretta le preghiere cattoliche, perché nulla doveva tradire la sua vera identità. Lo fece con spirito diligente ma a volte, quando si esercitava da solo, nel suo giaciglio, prima di addormentarsi, confondeva lo Shemà Israel che gli aveva insegnato papà Vittorio con le invocazioni del Padre Nostro. Don Cirillo vegliava sul suo nuovo "nipotino". Il momento più difficile per lui fu quando l'ufficiale che comandava il contingente militare tedesco a Courmayeur mostrò affetto e simpatia per il piccolo parente del parroco. Si trattava di sentimenti assolutamente puliti. Il militare, nativo di Salisburgo, di fede cattolica, era solito frequentare la chiesa. Un giorno chiese a don Cirillo di essere invitato a casa sua e di poter conoscere meglio il bambino. C'era un motivo molto drammatico alla base del comportamento del capitano: aveva perso un figlio a causa dei bombardamenti alleati, un bambino con i capelli biondi e gli occhi azzurri, come Giulio. "Don Cirillo era combattuto ed inquieto, da una parte sentiva pietà per il tedesco, dall'altra temeva che scoprisse la verità e non poteva sapere come avrebbe reagito". Infine decise di far venire l'ufficiale a casa e la sera precedente istruì Giulio: "Ricordati di chiamarmi sempre zio, non parlare della tua vita passata, ricorda che sei valdostano e forse sarebbe meglio imparare qualche parola di patois". La recita non ammetteva errori. Mancavano due giorni alla fine del '43. Andò tutto bene. L'ufficiale si presentò in abiti civili, fu molto tenero e portò dei regali al bambino. Giulio ne fu contento, come tutti i bambini. "Ero troppo piccolo per odiare un nemico". Ma la loro amicizia corse sempre sul filo del pericolo. Attraversò momenti durissimi, come quando l'ufficiale stava per ordinare una rappresaglia militare in una frazione vicina e si fermò solo quando vide da lontano un gruppo di bambini giocare all'aperto e tra loro riconobbe la chioma bionda del nipotino di don Cirillo. Quando i tedeschi furono costretti a ritirarsi il capitano promise che sarebbe tornato un giorno, tra quelle montagne, a sciare e forse si sarebbero rivisti. Ma non tornò e il parroco non ebbe più sue notizie, forse perse la vita negli ultimi disperati combattimenti.

Numerosi furono gli aneddoti che Giulio mi raccontò in quella lunga intervista a casa sua e molti altri sono raccontati nel libro Don Cirillo e il nipotino, scritto da Segre in quello stesso anno, il 2013, con l'intento di lasciare una traccia di memoria della sua incredibile storia ai figli dei suoi figli. Voleva che anche loro pensassero con affetto a questo prete montanaro, coraggioso, che mai si vantò per il bene fatto.



La vita a Courmayeur riservava sempre sorprese. Il prete era in contatto con i partigiani e alcune volte Giulio aiutò il finto zio a recapitare messaggi agli uomini della Resistenza. A sollevare il morale del bambino furono dopo alcuni mesi le buone notizie che gli giunsero dai genitori. Papà Vittorio aveva trovato un buon nascondiglio a Milano e ogni tanto inviava a don Cirillo una cartolina firmata solo con il nome e senza mittente. Ma era sufficiente a far sapere che era vivo e in libertà. Mamma Eugenia invece non sopportava la lontananza dal figlio ed era riuscita ad avvicinarsi stabilendosi a Dolonne, una frazioncina di Courmayeuer. Eugenia in realtà era di religione cattolica ma Giulio nel 1938, anno delle leggi razziali, era stato registrato come ebreo. La mamma cercò in tutti i modi di appellarsi alla sua fede cattolica per difendere il bambino ma le venne sempre risposto che non c'era rimedio: per la legge italiana il figlio era registrato come non ariano e appartenente alla stessa religione del padre. Quindi sarebbe stato sottoposto allo stesso trattamento riservato a tutti gli ebrei sotto il dominio nazista. Così anche la signora Eugenia Segre doveva prendere tutti i più scrupolosi accorgimenti per evitare che la vera identità di suo figlio fosse scoperta. Nella nuova residenza aveva la possibilità di vedere almeno da lontano il suo Giulio, cosa che già le riempiva il cuore di gioia. Poi, più raramente, badando a non essere vista, riusciva anche ad abbracciarlo per alcuni momenti. Possiamo immaginare con quale felicità.

Soltanto una volta, durante, l'intervista, la voce di Giulio si increspò per l'emozione. Stava raccontando di quando, molti anni dopo la fine della guerra, nel 2009, andò a visitare la frazione dove era stata alloggiata la mamma. Sapeva di una ragazzina che tutti i giorni le portava il latte, sua madre la ricordava con tanto affetto e gratitudine. Giulio riuscì a rintracciarla.



Ormai era una donna, di una certa età, ma ricordava tutto. "Le dissi che volevo svelarle un segreto: ero ebreo, non ero il vero nipote di don Cirillo, mia madre non poteva confidare a nessuno questa verità. La donna rispose che in realtà loro sapevano, avevano capito, ma la gente di montagna è così, non parla e quando può aiuta".

Conclusa l'intervista Giulio volle che visitassimo insieme il cimitero ebraico di Saluzzo. Dell'antica e fiorente comunità lui era rimasto l'ultimo membro ancora vivo. Aveva le chiavi del cimitero e fu lui ad aprire il cancello. Era una giornata gelida ma il sole illuminava le lapidi. Ci mostrò quelle dei nonni, morti ad Auschwitz. Lapidi senza tomba. Ci disse che anche lui sarebbe stato sepolto lì, l'ultimo ebreo di Saluzzo.



Negli ultimi anni era diventato molto amico di due sacerdoti: don Donato Perron, il nipote vero di don Cirillo, e don Maurizio Ventura, appassionato educatore di giovani a Roma. Con entrambi ebbe un intenso e bellissimo scambio di lettere che fu pubblicato dopo la sua morte. Ma prima di morire Giulio doveva completare il suo atto di riconoscenza e memoria verso il prete che lo aveva salvato dai campi di sterminio: benché stanchissimo e sofferente per la malattia il 27 maggio 2015 tornò a Courmayeur per la cerimonia di consegna della medaglia di "giusto delle nazioni" a don Cirillo. Essendo il sacerdote scomparso nel 1996 la massima onorificenza ebraica, concessa dallo Yad Vashem di Gerusalemme, fu consegnata al nipote, don Donato Perron. Giulio era contento. Poche settimane dopo, l'8 luglio, morì col cuore in pace.






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