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Vittorio Bachelet, un cristiano vero

  • 12 ore fa
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Cento anni fa - il 20 febbraio 1926 - nasceva Vittorio Bachelet, uomo di una fede limpida e luminosa, professore di diritto, presidente di Azione cattolica al tempo della "scelta religiosa" e vicepresidente del Csm. Fu ucciso dalle Brigate rosse il 12 febbraio 1980. Lo ricordo su L'Osservatore romano risfogliando le pagine di un suo dimenticato Diario del 1964. Un taccuino in cui annotava brevi pensieri sul vissuto quotidiano insieme a riflessioni sui grandi eventi di quell'anno, dal pellegrinaggio di Paolo VI in Terrasanta ai funerali di Togliatti. Ecco il testo dell'articolo, pubblicato il 18 febbraio 2026.



Con una sorta di pudore si aprono le pagine di un diario, sembra di violare l’intimità di un’anima. È così anche per il diario che Vittorio Bachelet tenne nel 1964, un anno importante della sua vita, quando Paolo VI lo nominò presidente dell’Azione cattolica; l’anno del primo pellegrinaggio di un Papa in Palestina, della fase finale del Concilio ecumenico Vaticano II, del primo governo Moro e dei funerali di Palmiro Togliatti, con una folla mai vista nemmeno alle esequie di un papa. Ma vale la pena risfogliarle le pagine di questo diario, pubblicato una decina di anni fa come “Taccuino 1964” dall’editrice Ave (oggi quasi introvabile), perché nelle brevi note di Bachelet si scopre una personalità cristiana non scissa tra immagine pubblica e vita privata, una fede limpida come quella di un bambino e insieme uno sguardo intelligente sulla Chiesa e sul mondo.


L’anno si apre col viaggio di Paolo VI in Terrasanta, evento memorabile, dai tempi di san Pietro un papa non tornava nei luoghi di Gesù. Il 4 gennaio Bachelet annota nel diario: «Il papa parte per la Palestina. È un’emozione per tutto il mondo cristiano. Ma il culmine si ha la sera, quando alla televisione lo si vede schiacciato tra una folla di musulmani, ebrei, cristiani (che i bastoni della polizia non hanno contenuto) stretto, quasi sopraffatto, ma benedicente. È un modo imprevisto ma altamente simbolico di percorrere la Via Dolorosa».


Gli anni Sessanta sono anche gli anni della grande egemonia culturale del marxismo. Bachelet, radicato in una esperienza cristiana solida e gioiosa, non subisce questo fascino ma cerca di capire e mai si lascia andare a parole aspre, di condanna. Il 5 febbraio commenta la morte di Felice Balbo, filosofo che insieme a Franco Rodano aveva dato vita al controverso esperimento dei cattolici comunisti: «Stamattina ho fatto la S. Comunione per Balbo.(…)Mi ha voluto bene ed io a lui. Qualche volta penso se non ho forse un compito particolare per quelli che hanno avuto o hanno questi travagli e cercano solo l’ancora di un sorriso…». Interessante il racconto del dialogo avuto, lo stesso giorno, con Augusto Del Noce, filosofo inizialmente affascinato dall’esperienza della sinistra cristiana ma adesso impegnato a denunciare l’incompatibilità del marxismo con la fede cattolica: «A pranzo, a lungo discorro con Del Noce, Anche per lui l’avventura è soprattutto intellettuale, e su questo piano cerca l’antidoto al marxismo, dal quale, pur ormai come avversario, si sente ancora suggestionato; dal suo rigore, dal suo successo. Dice molte cose interessanti e giuste. Ma io credo ancora che il problema di oggi sia quello di trovare non tanto un san Tommaso quanto un san Benedetto». L’urgenza dei tempi, insomma, non è tanto una nuova summa intellettuale per rispondere alla sfida del marxismo quanto la rinascita, nella società, di comunità di fede in grado di germinare, come ai tempi del monachesimo benedettino, pezzi di mondo nuovo. Commovente, nel suo candore cristiano, è il racconto dei funerali di Togliatti, il 25 agosto: «Al pomeriggio funerali di Togliatti. Vado a “curiosare” un poco lungo i Fori imperiali. Meditazioni sulla vita e sulla morte. Su ciò che conta, su ciò che si vede, su che importanza abbia ciò che si vede, sul perché tanta umile gente abbia trovato qui una fede e una speranza e perché non si riesca a spalancare loro la vera Fede e la vera Speranza; sul significato e sul valore emotivo delle bandiere. Onore senza fede, senza speranza, senza preghiere. Che vale? Dico intanto il mio rosario».



È una fede profonda, quella che domina le pagine del Taccuino, radicata in una tradizione familiare mai sentita come un fardello bensì come un tesoro di grazie. 20 febbraio, giorno del compleanno: «Compio 38 anni. Secondo l’abitudine di mamma recito il Magnificat, il Miserere e il Veni creator». Fede tradizionale ma non bigotta. Il 10 aprile annota un pensiero di sant’Ignazio tratto da una biografia di Christopher Hollis: «Preservate sempre la vostra libertà mentale e badate di non farvela togliere dall’autorità di nessuno, né in qualsiasi occasione». Una statura morale che fa venire i brividi se paragonata ai nostri tempi, alla miseria di una politica scaduta a propaganda. 21 aprile: «Bisogna ricordarsi di non identificare mai se stessi o i propri interessi, o anche le proprie idee, con il bene comune». Emoziona, pensando al “martirio” che porrà fine alla sua vita, un’altra breve annotazione, nel giorno del suo onomastico. 20 maggio: «Scopro che S. Vittorio è stato martire in Cesarea di Cappadocia».


Nel 1964 inizia la quarta sessione del Concilio. Bachelet vive con intensità quel tempo di rinnovamento, di ricerca di una maggiore autenticità cristiana, oltre gli arroccamenti del passato. 23 maggio: «Se avessimo 100 persone in Italia veramente sante, generose e in gamba, basterebbe per cambiare il volto dell’AC e forse del Paese, con l’aiuto di Dio». 30 maggio: «Trovare il modo di parlare con tutti, di non chiuderci nel nostro mondo». Il 4 giugno, giorno della sua nomina a presidente dell’Azione Cattolica, lascia nel diario un pensiero di Giovanni XXIII: «Non creare disperazione ma speranza».

Il 5 settembre è in udienza da Paolo VI a Castelgandolfo. Ripercorrono insieme la storia recente del laicato cattolico, concordano nel considerare un “pericolo sventato” il listone Sturzo del 1952, il tentativo di un’alleanza elettorale tra cattolici, missini e monarchici per bloccare l’ascesa dei comunisti nelle amministrative romane, di fatto una delegittimazione della Democrazia cristiana di De Gasperi.  Bachelet riferisce un altro franco pensiero di Papa Montini: «Spera che l’AC non faccia neppure con Paolo VI parate oceaniche, inutili e dannose per le anime dei giovani. Papa Giovanni le aveva proibite».


A Bachelet spetta il compito di riformare l’Azione cattolica secondo gli orientamenti del Vaticano II. Mandato che accoglie con entusiasmo, senza nascondersi anche i rischi del nuovo corso. Dopo una riunione di dirigenti dell’Ac, il 23 settembre commenta: «Predominio degli assistenti e – ciò che è più grave – mentalità “ecclesiastica” dei laici che si sforzano di parlare». L’anno 1964 si chiude con l’elezione di Saragat al Quirinale («vicenda sconcertante e amara, non solo politicamente», scrive il 28 dicembre). Nelle ultime pagine del diario non mancano altri cenni di amarezze. Confida sue perplessità di fronte alla linea militante che Gabrio Lombardi (futuro presidente del Comitato per il referendum sul divorzio) sta imponendo al Movimento dei Laureati cattolici. Il 31 dicembre riporta nel diario la citazione di un discorso di Paolo VI per la beatificazione di don Luigi Guanella: «Collaborare con Dio dovrebbe essere il programma della nostra vita. Ed è il programma dei Santi».

 

 

 

 

 
 
 

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