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Mario e i "treni dell'accoglienza"

  • 5 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 5 gen

È stata una delle iniziative di solidarietà più imponenti (e meno note) della intera storia repubblicana: settantamila bambini del nostro poverissimo Meridione, alla fine della seconda guerra mondiale, furono accolti in affido temporaneo da famiglie dell’“Alta Italia”; gratuitamente, nelle loro case, accuditi e voluti bene come fossero propri figli. A organizzare i "treni della felicità" (come poi venne chiamata l'iniziativa) fu il vecchio Partito comunista italiano e l’Unione donne italiane. Si trattò, certo, anche di una grande operazione propagandistica che accrebbe i consensi popolari al Pci, ma la solidarietà vissuta tra famiglie del Nord e del Sud d’Italia in quegli anni, tra il 1946 e il 1952, fu reale. I legami che si stabilirono furono duraturi. E il ricordo di quella esperienza ancora commuove i bambini che ne furono protagonisti. Fra loro un mio caro parente, Mario Rufo, 91 anni e una mente lucidissima, di San Donato Val di Comino, paesino della Ciociaria. Insieme con altri cento bambini del suo paese nel 1946 salì su uno di quei treni diretti a Settentrione e venne accolto per oltre un anno dalla famiglia Panti, di Poggibonsi, vicino a Siena. Questo è il suo racconto, in prima persona. Trascrizione di una lunga conversazione avuta con lui lo scorso 2 gennaio.


«La guerra era finita lasciandosi dietro ancora più miseria. A casa non avevamo da mangiare. Mia madre lavorava come bracciante nei campi, ma il lavoro scarseggiava, le coltivazioni erano state abbandonate a causa dei combattimenti, mio padre era lontano, fuori dall'Italia. Ricordo che andavo a bussare in alcune case della campagna, per chiedere un tozzo di pane, in elemosina. Le scarpe, non sapevo cosa fossero. Una piaga alla tibia mi faceva penare. Avevo problemi alla vista, che danneggiavano l'apprendimento scolastico (frequentavo le elementari); un giorno un banditore annunciò l'arrivo in paese di un ottico, provai le lenti giuste e vidi il paradiso ma gli occhiali costavano troppo e mia madre provò senza successo a ottenere un pagamento scontato o a rate. La mortalità infantile raggiungeva percentuali drammatiche. Malattie come la tubercolosi e la tigna erano comuni, fra i bambini della mia età.



Questo è il mio paese, si chiama San Donato Val di Comino, sull'Appenino al confine tra Lazio e Abruzzo, non è lontano da Cassino che fu completamente distrutta dalla guerra; non solo l'abbazia di san Benedetto ma tutta la città. Anche sul mio paese, occupato dai tedeschi, piovvero le bombe. Un colpo di mortaio il 30 maggio 1944 colpì la cupola del santuario, il proiettile cadde all'interno della chiesa, ai piedi della statua di san Donato, il nostro santo protettore, e non esplose. Alcuni lo considerarono un miracolo.



Avevo 11 anni nel febbraio del 1946, quando mia madre si convinse e mi convinse a trasferirmi per un certo tempo presso una delle famiglie del Nord che aveva dato la disponibilità ad accogliermi. Furono molti i bambini delle nostre zone che salirono sui "treni della felicità". Solo nel Cassinate 3.500, dalla Campania 12.000. In tutta Italia 70.000. Dal mio paese fummo un centinaio a partire, suddivisi in tre scaglioni. Il primo diretto a Legnano, in Lombardia; il secondo in vari centri dell'Emilia-Romagna; il terzo a Poggibonsi, in Toscana. Io partii col terzo gruppo, perché inizialmente mia madre tentennò: il parroco del paese, infatti, don Donato, era ostile all'iniziativa perché a promuoverla era il Partito comunista. In un'omelia arrivò ad insinuare che i bambini ospitati venivano messi nelle pentole dai comunisti per farne saponette. Una diceria che si diffuse anche in altri paesi. Erano anni di scontro ideologico e politico, ma ci furono anche sacerdoti, come don Luigi Minotti di Frosinone, che sostennero l'iniziativa.

Era stato il V congresso nazionale del Pci nel 1945, con Togliatti, a porre la questione dell'infanzia povera del Sud fra i temi centrali della politica nazionale. Una ex partigiana, sopravvissuta ai lager nazisti, Teresa Noce, lanciò l'idea di una grande mobilitazione solidale delle famiglie del Nord per aiutare i bambini del Sud. Lo sforzo organizzativo fu impressionante e le adesioni si moltiplicarono.


Ricordo tutto, del mio viaggio a Poggibonsi. Il nostro gruppo di trenta bambini raggiunse la stazione di Cassino su un camioncino. Da lì, un treno proveniente da Napoli e che fece tutte le fermate, ci portò a Roma. Arrivammo che era notte. Le signorine dell'Udi ci diedero del latte caldo e ci fornirono abiti e scarpe: chi le aveva mai viste, le scarpe, al massimo le avevamo di cartone. Arrivammo alla stazione di Siena alle nove di mattina. Ci portarono a rifocillarci in un ristorante: non c'ero mai stato in un ristorante, ovviamente. A Poggibonsi ci accolse la banda. Ci fecero una grande festa, tutti premurosi, eravamo increduli! In questa foto ci siamo tutti noi, i bambini di san Donato, a Poggibonsi. La freccia rossa indica il sottoscritto.



Dopo il pranzo ci presentarono alle famiglie. La mia era una famiglia splendida. Di cognome faceva Panti. Era composta da babbo Pietro, mamma Adele e i loro due figli, Alma e Osvaldo. Avevano aggiunto un letto per me nella cameretta di Osvaldo, con lui diventammo amici, come fratelli. Era tutto nuovo e sorprendente. Tutte quelle premure: chi mai aveva ricevuto una carezza.

Ci avevano chiesto di portare con noi le pagelle e riprendemmo la scuola. La maestra si rese subito conto che la mia vista era appannata e il giorno dopo mi arrivarono un paio di occhiali. Babbo Pietro, (anche io imparai a chiamarlo così), lavorava in una cooperativa che faceva le scarpe, me ne confezionò un paio su misura! Mamma Adele faceva la sarta. Andava alle riunioni della cellula del Pci ma non mi ha mai indottrinato. Questo posso dirlo, mai in famiglia si parlava dei principi filosofici di Karl Marx. Fra le famiglie che accoglievano, poi, non tutte erano comuniste ed atee. Una bambina del mio paese, Maria, capitò in una famiglia molto cattolica, andavano alla messa, frequentavano la chiesa. Non avevano figli e dopo un certo tempo, d'accordo con la famiglia di origine, proposero a Maria l'adozione. Lei ne fu felice. Non fu l'unico caso. Anche un bambino accolto a Legnano venne adottato, sempre d'accordo con i genitori, restò in Lombardia ed ebbe una fortunata vita professionale. In questa foto compaiono i bambini sandonatesi ospitati a Legnano.



Restai oltre un anno a Poggibonsi. A San Donato le cose non erano molto cambiate. A tutti i bambini che erano stati accolti il partito donò un libretto di risparmio con duecento lire, lo conservo ancora. A Poggibonsi, dalla famiglia Panti, ci tornai nel 1956, dieci anni dopo, ci restai oltre due anni e fu un altro periodo importante della mia vita. Imparai il mestiere di ebanista e questo più tardi mi permise di emigrare a Lione con un contratto di lavoro qualificato. Maria, la bambina adottata, mi aiutò molto. Aveva tutte amiche cattoliche. Erano allegre e generose. Si passeggiava insieme per le vie del paese, il padre di una di loro era orologiaio, ci fermavamo a guardare con gli occhi sgranati le vetrine dei negozi. Imparai anche a ballare. Ero tornato a Poggibonsi con una biancheria pieni di rattoppi. Ballando ballando, un giorno le toppe dei calzini si scucirono e si vedevano i talloni nudi. Dopo qualche giorno le amiche di Maria mi fecero recapitare a casa un pacchetto: c'erano dei calzini nuovi. Avrei potuto sposarmi lì ma la mia fidanzata era di san Donato e divenne lei la mia moglie. Quando mi sposai feci il pranzo nunziale a casa, come era consuetudine, a San Donato. Avevo invitato anche Maria e le sue amiche. Non poterono venire ma il postino quel giorno mi consegnò un pacchetto: c'era una sveglia, era il loro regalo di nozze. La conservo ancora. Scrissi per ringraziarle una lettera che poi, anni dopo, mi fecero riavere. Conservo anche quella!



Ricordo tutto, di quello che ho vissuto in quegli anni. E il ricordo, ancora adesso, 80 anni dopo, mi intenerisce il cuore. Un pezzo di storia italiana che era caduta nell'oblio e che negli ultimi anni ha conosciuto una nuova visibilità grazie anche al romanzo di Viola Ardone "Il treno dei bambini" e all'omonimo film di Cristina Comencini.

Oggi succede che mi invitano nelle scuole della mia provincia a raccontare l'esperienza vissuta. Ci vado sempre (nella foto sopra sono con degli studenti nel teatro di Canceglie, a Sora). È anche un modo per dire grazie alle famiglie che ci hanno accolto. È importante non perdere la memoria di questa storia. La memoria di quei valori, di solidarietà. Sì, lo so, sono valori che vengono da lontano, dal cristianesimo. Diventai comunista anche io ma sul comodino tengo sempre una copia della bibbia».


 
 
 

1 commento


Yung
Yung
28 gen

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