Ritorno a casa
Viaggio degli affetti e dei ricordi quello che il 6 novembre porterà il Papa in America latina: Prevost ha vissuto 22 anni in Perù, come missionario e come vescovo. Ma non sarà solo un lungo Amarcord sudamericano. Un mio commento pubblicato da Avvenire il 4 novembre

Non è difficile immaginare l’accoglienza caliente che i fedeli di Uruguay, Argentina e Perù riserveranno al Papa nei dieci giorni del suo viaggio latinoamericano: folle via via più straripanti al suo passaggio ed emozioni personali che troveranno il loro culmine in Perù. Viaggio degli affetti, ritorno a casa. Nella nazione andina Robert Prevost ha vissuto 22 anni, ovvero gran parte della sua intera vita sacerdotale. Prima come missionario (1985-1999) poi come vescovo a Chiclayo (2014-2023). Era in Perù in occasione delle finora uniche tre visite dei suoi predecessori: Giovanni Paolo II nel 1985 e nel 1988, Francesco nel 2018. Viaggio fortemente voluto. Quando i medici gli hanno comunicato la necessità dell’operazione al polmone, Leone ha programmato le date del ricovero in modo da avere il tempo minimo necessario per recuperare le forze. Si tratta di un viaggio fisicamente impegnativo, con numerosi spostamenti interni e notevoli sbalzi di altitudine. Appuntamenti tutti confermati. Segno della buona forma di Leone e del suo grande desiderio di non deludere le aspettative delle comunità locali mobilitate da tempo per accoglierlo nel migliore dei modi.

Viaggio di ricordi. Ma sarebbe riduttivo leggerlo solo come un lungo, festoso Amarcord sudamericano. Il Papa che vuole “sparire perché rimanga Cristo”, cercherà di mettere al centro della visita non sé stesso ma l’annuncio “con gioia” del Vangelo, in un’America latina lacerata da mille conflitti. Paolo VI, nel suo storico viaggio in Colombia, nel 1968, lo definì “il continente della speranza”. Molte delle speranze di quel tempo ora sono andate deluse. La tradizione cattolica ispira ancora usanze e sentimenti del popolo, ma il vento della secolarizzazione soffia forte anche nell’emisfero sud del continente americano. Le comunità evangelicali di importazione Usa fanno sempre più proseliti ed hanno un forte impatto anche sulla vita pubblica. Il sogno coltivato da intellettuali come l’uruguayano Alberto Methol Ferrè, di una “patria grande” che unisse tutti i popoli del continente, sembra lontano da avverarsi mentre gli Stati Uniti hanno ripreso a guardare all’America latina come il proprio “cortile di casa”. A Buenos Aires e Lima le urne hanno premiato leader controversi, a forte impronta populista, come Javier Milei e Keiko Fujimori (prima donna presidente del Perù). Perseguono entrambi politiche ultraliberiste non in sintonia con gli orientamenti della dottrina sociale della Chiesa, ribaditi da Leone XIV nella Magnifica Humanitas. Il primo papa della storia con cittadinanza peruviana non focalizzerà certo la sua predicazione sui temi sociopolitici, viene a confermare la fede, soprattutto dei fedeli più poveri ed umili.

Ma ha ben presente il contesto storico in cui avviene la visita e le problematiche della giustizia sociale e della lotta alla povertà troveranno sicuramente spazio nei discorsi alle autorità civili in Uruguay, Argentina e Perù.
Come è consuetudine negli ultimi viaggi pontifici, da Benedetto XVI in poi, nel programma della visita è stato inserito un incontro con vittime di abusi commessi da uomini di Chiesa. Un tema rovente, che Robert Prevost ha affrontato con coraggio quando era vescovo in Perù. Il caso più eclatante è quello del “Sodalitium christianae vitae”, un’influente organizzazione cattolica fondata a Lima nel 1971 ed approvata dalla Santa Sede nel 1997 come società apostolica di diritto pontificio. Una parabola per alcuni aspetti simile a quella dei “Legionari di Cristo” messicani. I “Soldati di Dio” (così amavano definirsi i membri del Sodalitium) si erano guadagnati buona fama e posti di comando, ponendosi come argine “ortodosso” alla teologia della liberazione, nata proprio in Perù con Gustavo Gutierrez. Nel 2015 però vennero alla luce accuse gravi di molestie sessuali commesse dal fondatore laico del “Sodalizio di vita cristiana”, Luis Fernando Figari, nei confronti di 36 giovani aderenti all’organizzazione. Robert Prevost fu uno dei primi vescovi che prese sul serio le denunce delle vittime. Il Sodalitium venne sciolto d’autorità nel 2025 dopo un’approfondita indagine compiuta da due ispettori pontifici inviati da Bergoglio. Una decisione difficile, per le coperture di cui godeva il Sodalizio, presa da Francesco solo dopo aver ascoltato il parere di Prevost, da lui chiamato in Vaticano nel 2023, come prefetto della Congregazione per i vescovi.




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