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  • Immagine del redattoreluciobrunelli

Paola

Aggiornamento: 4 giorni fa

Da tempo desideravo scrivere una storia di Paola, ma solo adesso ho trovato il tempo e il coraggio di realizzare questo desiderio: lasciare una traccia di memoria a una vita drammatica, stroncata ad appena 44 anni, e insieme piena di bellezza, di risate, di gratitudine.

 È una storia raccontata con molta semplicità. Pensata per i nostri figli, Maria e Luigi, per i parenti e per i numerosi amici di Paola. Basata sui miei ricordi e sulle testimonianze di tante persone che le hanno voluto bene.


 

  Paola amava il suo paese, quelle dimore di pietra da mille anni incastonate nella roccia al confine tra Lazio e Abruzzo, e quella valle, vasta come l’orizzonte, su cui s’affaccia ad occidente la casa dove nacque il 30 ottobre del 1953.

Amava San Donato Val di Comino, e nello stesso tempo lo odiava. Forse non è la parola giusta, odiava, ma certo per quanto si sforzasse di governare i suoi sentimenti non riusciva a trattenere l’impeto di ribellione che ogni tanto le esplodeva dentro, pensando a quei vicoli di pietra ruvida e fredda. La morte improvvisa del padre, quando lei aveva appena tre mesi, fu un trauma devastante per la sua famiglia. Quando era piccina, mi raccontava, ogni sabato scendeva la strada fino alla piazza vicino al convento dove arrivavano le corriere. Le avevano detto che il papà era dovuto andare lontano, per lavorare, emigrato come tanti a San  Donato e lei andava ad aspettarlo: “mi farò portare le bamboline e le scarpe rosse, di plastica” diceva alla zia Maria, sorella minore di sua madre. Non fu un’infanzia felice. I fratelli finiti in collegio, strappati alla famiglia, ognuno in un posto diverso. La casa povera e umida dove si era ammalata di cuore. La mamma, vedova con quattro figli, sempre a lavorare. L’osteria degli zii, dove fin da bambina aveva imparato a mescere il vino a ubriaconi con le mani gonfie, venti lire per un quartino di bianco.



Amava la natura in cui era immerso San Donato, i faggi e gli aceri dell’Appenino che di novembre si tingevano di giallo, di arancione e di rosso, i sentieri del parco nazionale d’Abruzzo sull’altro versante della montagna, la val Fondillo e la Camosciara; l’aria frizzante, i temporali estivi e i liquori con le erbe di montagna preparati dalla zia Giuliana. Amava anche le ragazzine del paese che si offrivano di tenere i tuoi figli in braccio e di portarli un po’ al parco giochi comunale.  

Paola era contenta di vedere Maria e Luigi scorrazzare liberi nelle stradine del borgo medievale o seguire il papà nei torrenti, a pesca di trote fario con la livrea chiazzata di mille puntini colorati. Ma lo faceva soprattutto per noi, e per sua madre Antonietta che sognava di vivere gli ultimi anni della vita a San Donato. Per Paola invece riandare a quei luoghi era sempre un po’ doloroso. Le ferite sono ferite, possono guarire ma le cicatrici restano per sempre. “La mia vita è ricominciata a Roma, è lì che sono rinata, vorrò essere sepolta a Roma” mi ha ripetuto tante volte negli ultimi tempi. Era rinata davvero a Roma, ma non dipendeva dalla città, di cui pure era innamorata, dipendeva da ciò che a Roma aveva incontrato.

 

RADICI



Il nonno materno di Paola, il padre di Antonietta, si chiamava Cesidio Gentile e faceva il segantino. Tagliava gli alberi in montagna, il legno veniva utilizzato in buona parte per fare le traverse delle ferrovie. Negli anni Trenta non c'erano ancora le motoseghe e gli alberi, nella montagna sopra San Donato, Cesidio li tagliava con una grande sega, a mano.  Soffriva di ulcera e quel lavoro, con i muscoli sempre in tensione, non era la medicina migliore. Le ferite nel suo stomaco non si rimarginavano mai. La fatica era tanta e i guadagni pochi. Morì a 53 anni. Lo portarono al Policlinico Umberto I, a Roma, ma quando arrivò era troppo tardi.

   Cesidio era nato all’inizio esatto del XX secolo, il 9 gennaio 1900. Il papa a quel tempo era Leone XIII, il papa che promulgò la prima enciclica sociale, la Rerum novarum, sulla condizione degli operai. A Roma nel 1900 si tenne un solenne giubileo per celebrare l’anniversario con cifra tonda della nascita di Gesù. Fra le mille curiosità del Giubileo le cronache del Corriere della sera raccontavano che nelle mense dei pellegrini era stato ammesso per la prima volta un nuovo controverso alimento, la margarina.

La moglie di Cesidio aveva quattro anni meno di lui, si chiamava Gerarda, nacque il 27 giugno 1904. Di cognome faceva Cellucci. Alta, robusta, portamento austero. Aiutava il marito, anche a tagliare gli alberi. Rimase vedova che non aveva cinquant’anni, con sette figli a carico. Per poter sfamare tutti si dedicò tutta la vita a far andare l’osteria che avevano aperto nel 1944, inizialmente solo come mescita del vino, successivamente come una vera trattoria.



Nonna Gerarda era credente, andava alla messa. La domenica prendeva la prima messa del mattino perché poi doveva lavorare. Era molto devota al santo patrono del paese, san Donato, vescovo del IV secolo, protettore degli epilettici, che si festeggia il 7 agosto con una solenne processione religiosa e con la banda che attraversa tutti i rioni. Ma era legatissima anche a san Gerardo, un santo inglese del XII secolo che era morto a Gallinaro, un paesino a un tiro di schioppo da San Donato, mentre tornava da un pellegrinaggio in Terrasanta e stava dirigendosi verso Roma. Gerarda era felice quando la portavo a Gallinaro l’11 agosto per la festa, con la macchina. Assisteva all’eucarestia, pregava il santo, si commuoveva e poi passava alle bancarelle dove comprava un rosario intrecciato con le castagne al posto dei grani, che si confezionava proprio in occasione della ricorrenza di san Gerardo. In questa foto siamo seduti con lei, davanti all’entrata della trattoria.

 

 

Altra grande festa, espressione della pietà popolare, si celebrava il 22 agosto al santuario della Madonna di Canneto, nel parco nazionale d’Abruzzo, a mille metri d’altezza, vicino alle sorgenti cristalline del torrente Melfa. Ci andavano da tutti i paesi della Val di Comino. I fuochi d’artificio, sparati dopo la processione in prossimità del santuario, si udivano anche a San Donato.

Nonno Cesidio e nonna Gerarda venivano entrambi da famiglie modeste ma dignitose. Il fratello di Cesidio, Nunzio, emigrò in Argentina e non tornò più a San Donato. Aveva trovato lavoro oltre l’Oceano però non ebbe mai i soldi sufficienti per comprare il biglietto di ritorno, per il lungo viaggio in nave. Anche la sorella maggiore di nonna Gerarda, Carmela, partì giovanissima per l'America e non tornò mai più in Italia. Si sposò che era poco più di una bambina, a sedici anni, nel 1918, con un paesano immigrato negli Stati Uniti. “Quella sorella non l'ho mai vista” scuoteva il capo Gerarda. Quando Gerarda riuscì a viaggiare in America, negli anni Settanta, sua sorella Carmela era già morta.

   Dal matrimonio con Cesidio nacquero nove figli. Antonietta, la mamma di Paola, era la figlia più grande, venne alla luce il 2 maggio 1925. Candida e la gemella Loreta nacquero l’anno seguente, il 30 novembre 1926. Quando avevano nove mesi si presero il morbillo, Candida sopravvisse, la sorellina gemella no. Le vennero delle macchie nere e morì. Non c'era ancora il vaccino per il morbillo. Gerarda la pianse a lungo: era così piccina, appena nove mesi. Nel 1929 Gerarda partorì il primo maschio, Donato. Nel 1930 diede alla luce un'altra bambina e la volle chiamare Loreta, in ricordo della figlia morta precocemente. Ma a 12 anni, nel 1942, anche lei si ammalò, di appendicite; non la capirono, quando la portarono all’ospedale di Sora era andata in peritonite e morì. Tutti raccontano che era una bambina bellissima. La vedete, in questa antica foto.

 


Destino misterioso e amaro, quello che unì queste due zie di Paola, due sorelline che portavano lo stesso nome: Loreta, con una sola t, nome che esprimeva la devozione verso la Madonna nera di Loreto molto diffusa nei paesi della Val di Comino. Quando Loreta morì suo padre Cesidio era in Africa, a lavorare, per un periodo, ad Alessandria d'Egitto. E non poté tornare in tempo. Mentre stava per morire diceva alla mamma: “Dillo a papà che non è stata colpa tua, sono stati i dottori che hanno sbagliato”. Voleva proteggere la madre dalle possibili accuse del papà. Loreta aveva una fede semplice e pura. Raccontano i parenti che negli ultimi istanti diceva alla madre: “mamma non parlà, ce sta’ la Madonna che mi sta a guardà”.

Arrivarono altri figli. Nel 1933 nacque Biagio. Nel 1935 Lucia. Nel 1938 Fernando. Infine, nel 1945, la figlia più piccola, Maria. Gli ultimi tre bambini erano tutti albini. Furono loro a gestire l’osteria, a San Donato, quando morì Gerarda. Prese nome “Da Fernando”, le specialità erano la trippa, l’abbacchio scottadito e le ciambelle fritte. Nel giorno della festa del santo patrono, il 7 agosto, ricordo di aver servito la trippa alle otto del mattino, con Paola, ai primi pellegrini che avevano dormito all’addiaccio, nel piazzale davanti al santuario; era il loro modo di fare colazione, rispettando un’antica tradizione.

Antonietta fu l’unica dei figli che si trasferì a Roma. Invece Candida, Donato e Biagio emigrarono negli Stati Uniti e sono morti lì, tutti e tre. Donato e Biagio, come molti emigrati a quel tempo, si sposarono “per procura”. Alberto Sordi raccontò in modo divertente questa pratica nel film “Bello, onesto emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata”. Gli emigrati oltre l’Oceano non potevano permettersi troppi viaggi tra l’Italia e l’America per conoscere meglio la propria fidanzata prima del matrimonio.  Ma specialmente Biagio fu fortunato: zia Anna, sua moglie, era una donna straordinaria. Nelle sue fattezze ricordava un po’ la Sophia Loren de “La Ciociara”. In questa foto è con Paola piccina.



A San Donato tutti hanno un soprannome antico. Quelli della famiglia Gentile sono ancora chiamati i Marcegl; perché il padre di Cesidio si chiamava Marcello: era nato nella seconda metà dell’Ottocento, quando i bersaglieri del regno d’Italia conquistarono la Roma papalina.

 

 

I RUFO, GLI SCIOPERI A ROVESCIO E GLI EBREI


I nonni del ramo paterno si chiamavano Carmine Rufo e Donata Camilli, ma per tutti in paese erano semplicemente Minuccio e Tella.

Carmine nacque il 12 ottobre 1890. Donata il 9 novembre 1888. Carmine faceva il carrettiere, era chiamato le mulinaro, perché portava la farina, ed altri oggetti, dal mulino al paese. Ebbero sei figli: Peppino, Carmela, Francesco, Palmuccia, Antonio e Pasquale (il marito di zia Giuliana). Francesco, il padre di Paola, nacque nel 1924.

Una famiglia povera, nel paese non c’era lavoro. Zio Peppino emigrò in Belgio, lavorò in una miniera, sottoterra, si rovinò i polmoni, malato dovette tornare a San Donato e con i risparmi del lavoro in miniera aprì un’osteria, nella piazza del paese, vicino al monumento dei caduti. A quel tempo le persone schedate come comuniste non potevano emigrare in America, il visto gli era rifiutato. Anche per questo motivo Peppino andò in Belgio. Era iscritto al partito comunista.



Nei primi anni Cinquanta San Donato divenne famosa per gli scioperi a rovescio; si protestava contro la mancanza di lavoro mettendosi a costruire opere pubbliche: strade nella zona Valanziera e S. Paolo, vicino al cimitero e poi la strada verso Forca d’Acero. Due zii di Paola (Peppino e Pasquale) parteciparono alle proteste e finirono in carcere per qualche giorno a Frosinone. La celere intervenne per disperdere i manifestanti, ci fu lancio di sassi e cariche di polizia, molti gli arresti. A San Donato venne il mitico fondatore della Cgil e a quel tempo deputato del Pci, Giuseppe Di Vittorio, a portare solidarietà ai compagni reclusi. Le idee comuniste non erano state tramandate ai Rufo dal nonno Carmine. Uno dei figli di Pasquale, Francesco (chiamato così per ricordare il padre di Paola) mi ha raccontato che nonno Carmine “era pacato, non era rivoluzionario” e che il verbo comunista fece presa più tardi, tra i giovani “in reazione alla povertà del secondo dopoguerra”.

La gente di San Donato era un po’ ruvida, come la pietra dei loro vicoli. Ma anche capace di solidarietà. Durante la guerra, a partire dal 1940, gli ebrei in fuga dalle persecuzioni naziste nell’Europa centrale venivano arrestati mentre transitavano sul suolo italiano e messi al confino. Una trentina di loro finì a San Donato: Fra di essi c’era Margaret Bloch, tedesca, donna colta, era stata fidanzata con Frank Kafka.



Nonostante ci fosse il divieto di contatti con la popolazione locale, gli abitanti del paese stabilirono un buon rapporto con gli ebrei confinati. Dopo l’armistizio del 1943 per loro la vita si fece dura. Un buon numero di loro fu arrestato dai tedeschi e perse la vita ad Auschwitz. Qualcuno riuscì a sfuggire all’arresto grazie all’aiuto generoso dei sandonatesi. Una donna di nome Costanza Rufo riuscì a salvare una signora ebrea, Ursula Lotte Steinitz, aiutandola a superare i posti di blocco tedeschi con un espediente ingegnoso. Ursula, dopo la guerra, raccontò così l’episodio: “Costanza prese un cestone in cui si salava il maiale, mi fece acciambellare nel fondo (pesavo 48 chili), mi coprì con un telo sul quale cosparse del letame; fece chiamare un suo amico fidato, il signor Donato Coletti, che l’aiutò a sollevare il carico e a porselo sulla testa, come di consuetudine per le donne sandonatesi. Arrivammo prima noi nel posto convenuto, fuori dal paese; Costanza si appoggiò ad un muretto, fece scivolare il cestone lentamente finché riuscì a mettermi giù”. Per questo atto di coraggio Costanza Rufo è stata annoverata fra i Giusti delle nazioni, la massima onorificenza che lo Stato di Israele concede a chi ha salvato vite di ebrei durante la Seconda guerra mondiale.

 

 

PROMESSI SPOSI



Quel matrimonio non s’aveva da fare. Ad opporsi alle nozze di Antonietta Gentile e Francesco Rufo non fu nessun signorotto locale della Ciociaria. Furono le famiglie dei due giovani ad opporsi. I parenti di Antonietta - i Gentile - consideravano la famiglia di Francesco - i Rufo - dei senza Dio, comunisti che prediligevano i fumi delle osterie all’incenso delle chiese (anche se, ad essere onesti, loro sempre cercarono di battezzare i figli in chiesa, ma alcune volte fu il parroco a fargli storie, a motivo della loro iscrizione al Pci).

Viceversa, i Rufo consideravano i Gentile dei rarissimi e ovviamente poco stimabili esemplari di cattolici democristiani in un paese poverissimo in cui il Pci, appena finita la guerra, poteva contare su una maggioranza così schiacciante che nemmeno nella rossa Emilia se la sognavano. Dicono che ad accrescere la diffidenza dei Rufo ci fosse anche la genetica: un fratello (Fernando) e due sorelle di Antonietta (Lucia e Maria) erano albini, avevano i capelli bianchi e la vista difettosa; da bambini avevano sentito la derisione e il pregiudizio che da secoli gravava sui portatori di questa appariscente diversità; magari anche i figli dei testardi sposi - si mormorava - sarebbero nati così: albini!

Eppure quel matrimonio si celebrò.  L’amore che legava Antonietta e Francesco, evidentemente, era più forte delle resistenze e delle obiezioni delle rispettive famiglie. Cosa per nulla scontata, nel Sud d’Italia, una settantina di anni fa, che due fidanzati potessero sposarsi sfidando la volontà contraria dei loro genitori.

L’Italia era appena uscita dalla Seconda guerra mondiale. Tornava la voglia di vivere, si voleva dimenticare in fretta le angosce vissute. Antonietta era una bella ragazza, aveva gli occhi verdi e uno sguardo dolce; Francesco un fisico statuario con tratti del volto leggermente orientali. Entrambi pieni di forza ed energia. Antonietta era abituata a trascinare pesanti fascine di legna, dai boschi di Forca d’Acero, a 1600 metri d’altezza, fino al paese; nell’ultimo tratto del percorso lei e le altre donne di San Donato dovevano caricare la legna sulla propria testa, protetta solo da alcuni panni: il regolamento demaniale consentiva la raccolta del legname in montagna ma in una quantità limitata, per usi domestici, quella che poteva essere portata a casa senza trascinamento (non sempre le donne rispettavano il regolamento ma Antonietta raccontava di aver portato tante volte fascine di legna sul proprio capo). Francesco aveva muscoli d’acciaio, per un periodo era stato arruolato fra i carabinieri a cavallo, gli amici raccontavano di averlo visto domare un giovane puledro scalpitante.

Era l’autunno del 1947 quando si sposarono. Le foglie degli alberi, a Forca d’Acero, stavano cambiando colore. L’abbazia di Montecassino, distante appena una trentina di chilometri da San Donato, era ancora un cumulo di macerie dopo il bombardamento alleato di tre anni prima; ma già si stavano allestendo i cantieri per la ricostruzione che avrebbe coinvolto molti artigiani di San Donato.

Una foto ritrae i novelli sposi sorridenti, dentro il Colosseo, durante il viaggio di nozze a Roma: non potevano permettersi un albergo, furono ospiti di una sorella di Francesco, Carmela, che si era stabilita nella città eterna con il marito. Francesco aveva ventitré anni, Antonietta ne aveva ventidue.  



Nel mese di giugno del 1948 nasceva il loro primo figlio, lo chiamarono Enrico. Nacque nella casa sotto il grande orologio che scandiva le ore, di giorno e di notte. In rapida successione l’unione di quegli sposi fu benedetta dalla nascita di altri tre figli: Carmen, Alvaro e Paola che vide la luce il 30 ottobre 1953, nel sesto anno di matrimonio. Nel frattempo la famigliola si era trasferita in un’altra casa, meno rumorosa, al Colle; i rintocchi dell’orologio impedivano il sonno dei grandi e dei piccoli.

Francesco lavorava come autista, con un camion portava in montagna gli operai che stavano costruendo la nuova strada per Pescasseroli oppure accompagnava a Cassino gli scalpellini sandonatesi. Antonietta accudiva i figli e, quando poteva, dava una mano nell’osteria che i genitori avevano aperto nel 1944 vicino alla piazza centrale del paese. I soldi erano pochi ma c’era concordia. Antonietta raccontava con amoroso orgoglio di aver persuaso Francesco a “votare per la democrazia” (ovvero per la Dc) nelle elezioni politiche dell’aprile 1948. Nulla faceva presagire il dramma che stava per abbattersi su quella famiglia. Francesco morì una domenica sera, il 10 gennaio 1954. Una morte precoce e improvvisa. Paola non ne raccontava volentieri i particolari, e nemmeno i suoi fratelli.

Il dolore di Antonietta fu straziante. A 29 anni si ritrovò vedova con quattro bambini da crescere. Trovò lavoro nella mensa della scuola comunale di San Donato. Guadagnava ventimila lire al mese, forse avrebbe potuto farcela a tenere i figli con sé, a mantenerli e farli studiare. Ma la sua famiglia ritenne che fosse necessario collocare i bambini in collegio ricorrendo ai servizi dell’Enaoli (Ente nazionale assistenza orfani lavoratori italiani).



Così Enrico, Carmen e Alvaro finirono in tre diversi orfanotrofi e ci restarono molti anni, per tutto il periodo degli studi, dalle elementari alle medie.

Gli istituti erano gestiti da religiosi. Fu un periodo triste per loro. Alvaro si ritrovò in un collegio ad Aversa, in Campania. Ricorda che con un suo amico passavano ore alla finestra che dava sul viale di ingresso, spesso piangendo, mentre aspettavano che in fondo al viale comparisse la loro mamma. Ma Antonietta aveva da lavorare e non era come oggi: non c’erano i cellulari, le videochiamate, i messaggi whatsapp, Antonietta poi non aveva la macchina e nemmeno la patente. Passavano lunghi mesi senza ricevere una visita o avere notizie. Carmen si ritrovò a Roma, nel Protettorato san Giuseppe, un istituto gestito da suore molto severe in via Nomentana. “Era un lager” taglia corto Carmen. Enrico visse ben otto anni all’Istituto Madonna di Galloro, vicino Ariccia, sui Castelli romani. Non conserva solo ricordi tristi di quell’esperienza. Nel suo collegio c’era un bravo sacerdote che voleva davvero bene ai bambini. Si chiamava Fiorello Piersanti ed Enrico lo ricorda ancora oggi con piacere e riconoscenza. Ogni mattina alle 5 il sacerdote prendeva la corriera da Roma per venire a Galloro ad occuparsi, insieme a una decina di “signorine”, dei circa 150 ragazzini ospiti del collegio. La giornata iniziava con la partecipazione alla messa.



Ho trovato un bellissimo documentario della Rai, del 1970, con interviste a padre Fiorello e agli “orfanelli”: racconta l’attesa della domenica, con la possibile, ma non certa, visita della mamma o di un parente.

Padre Piersanti era un religioso della famiglia dei Caracciolini, durante la guerra aveva aiutato degli antifascisti nascondendoli sul tetto della chiesa degli Angeli custodi, a Monte Sacro, dove era viceparroco. Nel 2022 una targa è stata collocata a piazza Sempione per ricordare il suo coraggioso sostegno ai giovani partigiani del quartiere.

Paola rimase a San Donato con la mamma. Unica figlia alla quale fu risparmiata l’esperienza dell'orfanotrofio. Era troppo piccola quando morì il padre e quando ebbe l’età per il collegio i fratelli si batterono perché almeno lei potesse restare a casa. Così fu e per tutta la vita la mamma e Paola vissero in una simbiosi profonda.

   Era un rapporto diverso da quello che avevo vissuto con i miei genitori, con i quali ci era naturale scambiare effusioni. Paola non sopportava gli abbracci troppo stretti: cominciava a sventolare il viso con la mano e si divincolava: “manca l’aria”, diceva. Non ho mai visto Paola e Antonietta, in tanti anni, scambiarsi un abbraccio o un bacio sulla guancia. Mai. Eppure si volevano un gran bene e si stimavano, profondamente. Hanno sempre vissuto insieme, tutta la vita.  E sono morte a distanza di due settimane, l’una dall’altra. Prima la figlia, poi la madre.



Antonietta mai pensò di risposarsi. Nel 1959 un lontano parente emigrato in America chiese la sua mano. Si chiamava Pietro Camilli, aveva una ditta di costruzioni a New York, uno dei pochi sandonatesi che aveva fatto i soldi in America. Insomma, un ottimo partito. Ma lei rifiutò. Lui poco dopo morì, stroncato da un infarto, mentre tornava in aereo negli Stati Uniti. Scherzando Antonietta diceva che sarebbe potuta diventare ricca, se avesse accettato quella proposta, tanto più che il matrimonio non l’avrebbe legata per troppo tempo e lei avrebbe ereditato una fortuna.

Quando io e Paola decidemmo di sposarci, nel 1982, Paola mi disse che non se la sarebbe sentita di lasciare sola la mamma e mi chiese con un po’ di trepidazione se questo sarebbe stato un problema per me. Antonietta era una donna straordinaria, mi sono sempre sentito a mio agio con lei, credo di non aver mai litigato nemmeno una volta in quindici anni di convivenza con mia suocera. Vivemmo tutti insieme, in buona armonia, nella casa in affitto a via Paolina (e poi anche dopo, nella casa di via Galbiate al Labaro). Il destino volle che io e Paola ci unissimo in nozze proprio un 10 gennaio, giorno anniversario della morte di suo padre Francesco. Ricordo quando don Giacomo sfogliando la sua agenda - e ignorando cosa potesse significare per Paola quella data - ci propose il 10 gennaio per officiare il matrimonio nella basilica di santa Maria in Trastevere: Paola ebbe un attimo di esitazione che io inizialmente non avevo capito. Poi disse, convinta, che andava bene così.

 

 

UNA BAMBINA EDUCATA



Dell’infanzia di Paola a San Donato non abbiamo tanti ricordi. La sua amica Gina Salvucci dice che era una bambina “educata e generosa”. A scuola aiutava gli altri bambini. A San Donato fece le elementari e le medie. “Era molto brava nelle materie letterarie: italiano, storia, geografia, era una delle prime della classe” racconta Gina. Alle medie le due ragazzine facevano i compiti insieme. “Studiavamo a casa di Paola; come la maggior parte delle abitazioni a San Donato era una casa modesta, non c’era l’acqua corrente, non c’erano i termosifoni, non c’era la tv”. Dice Gina che dopo pranzo anche Paola si univa ai giochi con gli altri bambini, i giochi di strada che si facevano a quel tempo: campana, mosca cieca, eccetera. Era dolce con tutti ma sempre “con uno sguardo un po’ triste”.

Finiti i compiti Paola scendeva alla trattoria, nel centro del paese, perché la mamma al mattino lavorava nella mensa scolastica poi nel pomeriggio andava ad aiutare i fratelli e nonna Gerarda a servire i clienti, a lavare le pentole, a preparare la cena. Anche Paola, fin da piccola, era stata abituata a dare una mano. La sera mangiavano tutti insieme nella trattoria.



Per un periodo - doveva essere il 1966 - Paola rimase sola a San Donato e di lei si presero cura gli zii. Antonietta si era trasferita a Roma, faceva la domestica a casa della contessa Carpegna, di fronte a Castel Sant’Angelo. Suo fratello Enrico ricorda: “per un anno circa avevamo preso in affitto un appartamento in via Catania insieme ad una amica di mia madre di San Donato, la quale aveva un figlio che studiava medicina mentre io frequentavo la scuola interpreti. Paola pertanto è rimasta sola a San Donato per circa un anno durante il quale mia madre lavorava dalla contessa...”.

Antonietta era ben pagata dalla contessa. Aveva una divisa da indossare; ci raccontò che all’inizio era così in ansia, in un ambiente aristocratico completamente diverso dal suo mondo abituale, che aveva le ginocchia sempre piene di lividi: per l’agitazione, sbatteva di continuo contro tutti gli spigoli dei mobili. Eppure la contessa si affezionò moltissimo ad Antonietta, rimasero legate per tutta la vita, venne anche al nostro matrimonio e ci fece diversi regali. Pure la figlia della contessa, Cristina, aveva grande stima e affetto per Antonietta. A distanza di anni veniva ancora a chiedere i suoi consigli, in via Paolina; si confidava con la ex domestica su questioni delicate, della sua vita familiare. Le ricordo tutte e due, chiuse in cucina, l’aroma del caffè e loro che parlavano fitto fitto.

Nel 1967 ci fu la prima grande svolta nella vita di Paola. Una signora di San Donato aveva una pensione a Roma, in via del Mascherino, a due passi da piazza San Pietro. Non le rendeva e quindi cercava qualcuno a cui cedere l’attività. Si pensò che potesse essere una buona opportunità per Antonietta, considerando anche che i figli più grandi ormai stavano terminando gli studi nel collegio. Così Antonietta e Paola, tredicenne, presero la corriera e si lasciarono alle spalle il loro paese. Paola non s’era mai allontanata da San Donato. Era il suo primo viaggio. Ridendo mi raccontò che, quando la corriera transitò a Sora e lei vide il bel fiume che l’attraversava, chiese alla mamma se fossero già arrivate a Roma e se quello fosse il Tevere che aveva studiato a scuola.

La pensione cominciò ad andar bene. Gli ospiti erano in prevalenza musicisti della vicina Accademia di santa Cecilia. Potevano godere di tutti i migliori servizi: buon cibo, lavaggio della biancheria, una stanza pulita e un’atmosfera familiare. Anche Carmen, uscita dal Collegio, aiutava la mamma. La famiglia si riuniva a Roma dopo lunghi anni tribolati. Finite le medie, Enrico si iscrisse alla scuola interpreti (e più tardi trovò un buon lavoro in una banca americana, la First Bank); Alvaro si iscrisse alla scuola alberghiera (e a 17 anni trovò lavoro all’hotel Flora, in via Veneto, dove rimase fino alla pensione); Carmen si iscrisse alla scuola infermieri (e iniziò a lavorare all’ospedale Bambino Gesù, ma poi scelse di fare l’educatrice presso le scuole materne).

 

 

"FLORIDA E RADIOSA"


Nel 1967-68 Paola cominciò le lezioni all’Istituto magistrale “Erminia Fuà Fusinato” in via IV Novembre, vicino a Piazza Venezia. A scuola fece presto amicizia con le sorelle Priscilla e Giuliana Paolucci. Priscilla era sua compagna di banco, Giuliana aveva un anno di meno ed era in un’altra classe.  “Paola era speciale, aveva l’ingenuità candida di una ragazza di paese” racconta Priscilla. “Diventammo grandi amiche. Andavo spesso a studiare da lei nella casa di via del Mascherino, dove con la mamma gestivano un piccolo pensionato” racconta Priscilla. “Paola era abituata a una vita sobria, senza lusso, doveva aiutare la mamma, c’era sempre una pila enorme di piatti da lavare, prima di metterci a fare i compiti”.  Priscilla ricorda che Paola ebbe per un periodo un fidanzato, Lorenzo, più grande di lei, studente di architettura, le trasmise la passione per Klimt. “Ma lo sentiva troppo possessivo e alla fine decise di rompere con lui”.

Nell’anno scolastico 1970-71 al Fusinato arrivò come supplente di religione Pia Corbò. Era un’insegnante molto giovane, carina, piena di grinta ed entusiasmo. Pia era coinvolta nella comunità romana di Gioventù studentesca, esperienza iniziata da don Giussani nel 1954 e che ora stava tramutandosi in Comunione e liberazione. Invitò Paola ed altre sue alunne a conoscere gli amici della comunità. Per Paola fu l’inizio di una nuova vita. “Ci invitò a casa sua, una villa nel quartiere dell’Eur, era un tipo molto coinvolgente” ricorda Giuliana Paolucci, sorella di Priscilla. Grazie alla fede limpida della madre, Paola non aveva mai perso il rapporto con la Chiesa cattolica. Ma quella che stava iniziando a vivere ora a Roma, nella comunità, era un’esperienza di fede assolutamente nuova e imprevista. Si sentiva accolta e voluta bene per com’era, ma non solo, era meravigliata dalla intelligenza vivace di questi ragazzi e ragazze, che studiavano e leggevano in modo diverso, ad esempio, la storia e la letteratura, le sue materie preferite. Scopriva la preghiera come il respiro della vita, rapporto personale ed affettivo con il Signore. Con Paola si coinvolsero altre studentesse del Fusinato: oltre Giuliana e Priscilla anche le sorelle Diana e Nora Vischetti, Paola Cutrone, Pierina Scalabrelli… Alcune di loro divennero le sue amiche più care.



Pia Corbò teneva i primi incontri con le ragazze - si chiamavano “raggi” a quel tempo - in un locale vicino alla Stazione Termini; la sua “aiuto responsabile” si chiamava Anna Rizzuti. “Paola arrivava sempre insieme a Giuliana e Diana e se ne andavano insieme alla fine della riunione; erano inseparabili, ed erano allegre”, ricorda Anna. Giuliana aggiunge: “Di Paola mi colpiva la sua umanità così rara da trovare, si inteneriva davanti alle persone in difficoltà. Questo è il tratto di Paola che più porto con me: la sua gaiezza, che esplodeva in fragorose risate, e la sua capacità di compassione”.

Paola era felice, come forse non lo era mai stata. “Così felice e rilassata” mi raccontò un paio d’anni dopo don Tommaso Latronico durante un lungo viaggio in treno da Roma a Nova Siri “che dopo l’incontro con la comunità si trasformò anche fisicamente: divenne più florida e radiosa”. Le sue risate divennero leggendarie fra gli amici.

 

 

DON GIACOMO



L’incontro con don Giacomo Tantardini, arrivato a Roma nel 1972, fu forse il più importante della sua vita. Un prete del tutto diverso da quelli che Paola aveva conosciuto finora: giovane, pieno di vita, un po’ anarchico e allergico agli spazi chiusi. Proprio come lei. Con la stessa naturalezza diceva le parolacce e si immergeva nella preghiera “vedendo” ciò che pregava. Paola iniziò a seguirlo con più assiduità quando, conseguito il diploma delle magistrali al Fusinato, si iscrisse al Magistero Maria Santissima Assunta, un istituto universitario parificato la cui sede si trovava a un centinaio di metri dalla casa di via del Mascherino (poi l’ateneo prese il nome di Lumsa). Don Giacomo infatti nel 1972 assunse la responsabilità della comunità universitaria di Comunione e liberazione, composta inizialmente da una trentina di studenti. Fra loro c’erano Lorenzo Cappelletti, che divenne sacerdote una decina di anni dopo, Mauro Masotti, Marcello Fabbri, Piera Iozzi e molti altri con cui strinse un’amicizia profonda. L’esperienza di fede che Paola viveva era così coinvolgente e liberante che sentì il desiderio di “consacrarsi” totalmente al Signore, ma senza prendere veli o voti; continuando a stare nel mondo, secondo l’intuizione dei Memores di don Giussani. Per tutti gli anni Settanta, fino al 1980, quando ci mettemmo insieme, Paola visse felicemente la sua vocazione “laica”, senza sentire il bisogno di un fidanzato, perché anche dal punto di vista affettivo la sua vita era tutta piena del rapporto con Cristo nella preghiera, nell’amicizia fraterna con le persone della comunità e nel rapporto con i suoi studenti.

Don Giacomo voleva molto bene a Paola. Le affidava spesso i servizi più difficili, come prendersi cura di ragazzi con disabilità mentale che alcune circostanze avevano messo nel nostro cammino. I primi furono Stefano e Massimino, entrambi con grave diagnosi di schizofrenia; per motivi diversi non potevano contare sull’assistenza delle loro famiglie. Per aiutarli in modo serio Paola insieme alle amiche Vincenza Spallone (studentessa in Medicina), Liliana Guma e Cinzia d’Incecco (che studiavano Psicologia) presero contatto con la dottoressa Maria Teresa Romanini, pediatra e neuropsichiatra infantile, fondatrice della scuola di analisi transazionale; da lei impararono nozioni e “tecniche” basilari per aiutare persone mentalmente malate. In questa foto Vincenza e Liliana nella casa di via Paolina.



La dottoressa Romanini era profondamente cattolica, faceva parte (ma a quel tempo Paola e le sue amiche non lo sapevano) dell’Istituto secolare Cristo Re. Tutta la famiglia Romanini produsse grandi figure di medici, tutti uomini di fede, fra loro il radiologo Attilio Romanini del Policlinico Gemelli (pioniere dell’assistenza domiciliare ai malati oncologici) e l’ortopedico Luigi Romanini. Fu quest’ultimo che mi operò al braccio con un complesso intervento chirurgico nella clinica ortopedica de “La Sapienza” di Roma, dove fui ricoverato in seguito al pestaggio subito nel 1975 ad opera di militanti neofascisti; viveva il suo lavoro come una missione.

Paola, insieme ad altri amici, dedicò tanto del suo tempo a Stefano e Massimino, in spirito di gratuità e provvedendo anche alle loro esigenze più pratiche. Successivamente - sempre su indicazione di don Giacomo - si prese cura anche di un altro ragazzo, con alcuni seri problemi di deficit mentale ma meno grave, Peppuccio Barbaro. Originario di Platì, capitale della ‘ndrangheta calabrese, anche lui non poteva contare sul sostegno della sua famiglia; personaggio indimenticabile, sempre al limite, si coinvolse in modo consapevole e libero nella esperienza cristiana del movimento, e fu amato e preso in simpatia da tutti.



Verso Paola aveva un sacro rispetto. Don Giacomo aveva voluto che Paola avesse la firma sul modesto conto bancario di Peppuccio, perché così poteva controllare che facesse buon uso dei pochi soldi di cui disponeva. Quando alla filiale della Banca Commerciale li vedevano arrivare insieme, qualcuno si meravigliava, pensando fossero marito e moglie “Ma guarda un po’ - una così bella donna che curioso personaggio doveva sposare!”. Fu il commento di un impiegato, riferitoci da un’amica che lavorava in quella stessa banca.

 

 

NATALE CON ABNER


Forse a motivo della sua tribolata storia familiare, Paola ebbe sempre un’attenzione speciale per le persone meno fortunate o emarginate. A Natale e a Pasqua, dopo il nostro matrimonio, desiderava avere come ospite al nostro tavolo qualcuno che altrimenti avrebbe passato la festa da solo. Alcune volte fu con noi Massimino. Altre volte un rifugiato politico di Haiti, Abner, a cui don Giacomo aveva dato ospitalità nel vicino pensionato delle Cappellette e che purtroppo era caduto nella schiavitù dall’alcol: ad una cena di Natale (dove erano invitati anche altri parenti) si presentò a casa, in via Paolina, completamente ubriaco. Altre volte Paola mi suggerì di invitare dei sacerdoti americani che avevo conosciuto in Vaticano, lavorando nel mensile 30Giorni. Entrambi avrebbero passato Natale o Pasqua lontano dai loro cari. Uno si chiamava Thomas Herron, era uno stretto collaboratore del cardinale Joseph Ratzinger, morì di cancro nel 2004, l’altro Timothy Broglio, segretario del cardinale Sodano, ha fatto carriera ed ora è presidente della Conferenza episcopale statunitense.



Paola si laureò nel 1976 a pieni voti - 110 e lode - in Pedagogia presso l’istituto universitario Maria Assunta. Discusse con il professore Armando Rigobello una tesi sull’intellettuale cattolico francese Emmanuel Mounier, in particolare approfondì la sua "antropologia personalista e comunitaria", alternativa al modello marxista e a quello borghese-capitalista. A suggerirle il nome del professor Rigobello era stato il filosofo Massimo Borghesi, a quel tempo giovane ricercatore ed ospite della pensioncina di via del Mascherino. Borghesi aveva vissuto i primi anni di studio a Roma negli appartamenti degli studenti fuori sede di Cl. Un’esperienza un po’ traumatica per lui, che aveva bisogno di silenzio e ordine per potersi concentrare nelle sue ricerche mentre a quell’epoca gli appartamenti erano sovraffollati e spesso trasformati in centri di militanza per le attività del movimento nell’università. Fu don Giacomo a prospettare a Massimo la possibilità di trasferirsi nella pensione gestita dalla mamma di Paola. Per lui fu come scoprire il paradiso. Un luogo da sogno, pulito, silenzioso, e finalmente un vitto degno di questo nome. In più, il giovane ricercatore, oggi professore ordinario di filosofia ed autore di numerosi libri, a via del Mascherino trovò anche l’amore. Si innamorò infatti di Carmen, che era tanto bella quanto insofferente a ogni formalismo e costrizione.



Lei, benché fossero diversissimi quanto a storie personali e a temperamento, ricambiò i suoi sentimenti. Presto convolarono a nozze e la loro unione fu benedetta dalla nascita di tre figli stupendi: Daniela, Luisa e Alessandro.

 


BAKERO E GLI ALTRI


Appena laureata Paola si dedicò all’insegnamento. Inizialmente trovò impiego come supplente di italiano nelle medie inferiori. Amava il suo mestiere. Una delle prime scuole fu l’Istituto Sacro Cuore, in via Val Tellina, nel quartiere Monteverde.

 Francesco Cataldo, detto Bakero, era un suo alunno. “Gli amici mi chiamarono così - sorride -  perché ero piccolo e nero…  di carnagione scura, date le mie origini meridionali. Bakero insomma stava per scarafaggio”.  

Francesco ricorda di aver conosciuto Paola quando lui aveva 11 anni, era il 1978. “Venne a fare una supplenza nella mia classe di II media in una scuola cattolica gestita da suore; Paola sarebbe dovuta rimanere solo qualche settimana e invece poi rimase per tutto l’anno e anche il successivo. Per i primi mesi la conobbi solo come insegnante e già lì fu una ventata di aria fresca in una istituzione scolastica che prevedeva una disciplina rigida e un ambiente altamente controllato dove anche l’insegnamento della dottrina cristiana era trattato con severità. Paola aveva qualcosa di diverso rispetto gli altri insegnanti, che si preoccupavano solo di farci imparare quello che era scritto sui libri, lei riusciva a suscitare in noi interesse per la sua materia”.



Paola si affezionò a Bakero; non era tra i primi della classe, forse nemmeno il più cercato dalle ragazze, ma si faceva volere bene per la sua simpatia. “L’estate successiva - ricorda - Paola mi invitò ad una vacanza a Barrea, nel Parco nazionale d’Abruzzo, con altri giovani studenti che erano come lei: liberi e contenti di aver incontrato un modo semplice di vivere la fede cristiana”.

Da quel lontano 1978 Paola e Bakero sono rimasti grandi amici. Oggi l’ex ragazzo del Sacro Cuore di anni ne ha 56 ma Paola è ancora nei suoi pensieri: “Lei ha cambiato la mia vita dal primo giorno che entrò in classe e fino agli ultimi suoi giorni è stata un punto di riferimento; è sempre nelle mie preghiere, certo che da lassù mi aiuti a vivere ogni giorno seguendo quella grazia che lei mi ha fatto conoscere”.

A Paola veniva spontaneo raccontare ai suoi studenti ciò che le dava gioia ed anche passione per comprendere la realtà. Non era ‘proselitismo’ era il desiderio di comunicare, con discrezione e rispetto, una esperienza che poteva rendere più bella la loro vita, e persino lo studio. Oltre l’impegno con i ragazzi nella sua scuola era coinvolta in mille progetti con gli altri insegnanti di Cl nelle scuole di Roma. Fra i colleghi a lei più cari c’erano Stefano Pagliuca, Claudia Reali, Maurizio Pocosgnich, Mario Iannotta, Rocco Auciello, Stefano Lanfiuti... I responsabili del ramo studentesco di Cl a Roma erano il vulcanico Maurizio Ventura (ordinato sacerdote nel 1980) e il prete alpinista don Donato Perron, originario della Val d’Aosta. Nella foto, scattata davanti alla casa di don Donato, a Valtournenche, i due sacerdoti sono in piedi, uno accanto all’altro.

 


Molte spesso le vacanze estive alle quali erano invitati i ragazzi si tenevano in località di montagna. Anche quando era solo un’adolescente, a San Donato, Paola aveva fatto diverse escursioni con il Cai della zona, adesso scopriva la maestosità delle cime della Val d’Aosta e il fascino delle montagne rosa delle Dolomiti.

L’azione del movimento nelle scuole di Roma era organizzata per quadranti geografici. Lei era attiva nel settore Sud. Nel pomeriggio organizzavano momenti di aiuto allo studio. Una volta a settimana andavano nel quartiere popolare di Tor Marancia per la “caritativa”: giocavano con i bambini e li assistevano nei compiti a casa. Poi si spostarono alla Magliana, altro quartiere popolare abbastanza disagiato (ci avevo vissuto con i miei genitori prima di sposarmi).

A Paola si legarono in modo particolare alcune studentesse del liceo Socrate. C’erano fra loro Olimpia Zander, Angela, Paola e Nora Rosati, Iole Carafa, Lucia Ferruzza. Ragazze di intelligenza straordinaria, Paola le adorava. Un’altra ragazza a cui Paola voleva bene era Cristina Politi; aveva una storia familiare tribolata, Paola le fu molto vicina, ancora oggi Cristina la ricorda con tanta gratitudine. Fra i ragazzi una bella amicizia c’era con i giovanissimi (allora) Matteo Marini, Alessandro Bucarelli detto Stranger, Pierluca Azzaro, e molti altri. Nessuno l’ha mai dimenticata. Lucia fu sua testimone di nozze, nel 1982, insieme all’altra grande amica Vincenza Spallone.

 


FU ALLORA CHE SCOPRII PAOLA


Non saprei dire come accadde che mi innamorai di Paola. Anche io, come lei, negli anni 70, poco più che ventenne, avevo sentito il richiamo ad un’adesione totale all’esperienza cristiana. Tante volte avevo incontrato Paola nel “gruppo di verifica”, c’eravamo trovati vicini a pregare con don Giacomo in un convento di suore affacciato sul lago di Nemi oppure nella casa delle piccole sorelle di Gesù, nel bosco di eucalipti alle Tre fontane. Mi era simpatica Paola ma non ero mai stato sfiorato dall’idea di mettermi con lei. Avevo avuto diverse fidanzate, ovviamente, prima di incontrare il movimento ma poi ero stato così preso, anche affettivamente, dall’impegno in Cl che non avevo sentito la mancanza di una fidanzata. Ma alla fine degli anni 70 andai in crisi, passavo le giornate a fare riunioni o accompagnando don Giacomo nella quotidiana girandola di appuntamenti o viaggi, non avevo più tempo per l’università ed ero finito fuori corso, soprattutto mi sentivo un po’ prigioniero della mia immagine di “leader” dentro il movimento. Ad un certo punto, esausto, mi fermai. Non avevo più energie, ad un passo dalla depressione. Fu allora che scoprii Paola. Con lei potevo essere me stesso, mi ascoltava, mi aiutava a vivere la normalità. L’avevo vista in precedenza come una ragazza fuori dagli schemi, lontanissima dal mio mondo, forse un po’ ingenuamente “mistica”; ora la scoprivo come una donna vera, matura, concreta, con le ferite della sua storia (che prima non conoscevo), con la forza serena della sua fede. Libera. Di fronte a lei, ero come un ragazzino immaturo. Mi riacciuffò per i capelli, riportandomi pian piano alla realtà. Ad un certo punto ci accorgemmo che l’amicizia tra noi era diventata qualcosa di più.

 

 

All’inizio del 1982 don Giacomo ci sposò. Una coppia piuttosto squattrinata. Lei insegnante con contratto precario in una scuola cattolica, io più precario di lei, assistente senza contratto dello storico Gabriele de Rosa che mi aveva invitato a lavorare con lui, dopo la tesi di laurea, presso la cattedra di Storia contemporanea. Antonietta, mia suocera, guardandoci scherzava: “Ma proprio fra due poveracci dovevate incontrarvi, almeno uno dei due dovrebbe avere un po’ di soldi!”.

Eravamo contenti. L’anno successivo, 1983, mi fu proposta l’assunzione come giornalista praticante in un mensile che stava per nascere, 30Giorni. Lo dirigeva Alver Metalli che divenne un altro grande amico mio e di Paola. Mi dispiacque lasciare l’università ma uno stipendio ci voleva e mai ci pentimmo di quella decisione.

Volevamo dei figli ma i medici dicevano che la patologia cardiaca di Paola s’era aggravata e non sarebbe stata in grado di sostenere un parto. Non c’era alternativa ad un intervento chirurgico al cuore. Paola non voleva rinunciare ad una gravidanza e comunque, presto o tardi, avrebbe dovuto affrontare quel problema. Decise di procedere. Un cardiologo del policlinico Umberto I ci consigliò di affidarci per l’operazione al celebrato chirurgo francese Charles Dubost, col quale era in contatto. Dubost era pioniere di un nuovo trattamento chirurgico che “allargava” manualmente la stenosi della valvola mitralica, con un mignolo, ci fu detto, senza dover ricorrere alla tradizionale e rischiosa operazione a cielo aperto con inserimento di una valvola artificiale. Partimmo per Parigi in treno, su un vagone letto. Prima per una visita preliminare, poi, la seconda volta, per l’intervento. Fummo ospiti, la prima volta, di una sorella di Giovanni Locatelli, Odille, donna speciale, che viveva a Parigi. La seconda, con Paola ricoverata in ospedale, alloggiai a casa di un collega francese di Enrico, che viveva ad Argenteuil, un comune alla periferia della capitale. In questa foto Paola in ospedale, a Parigi.



Fu operata nell’estate del 1982. Ci dissero che era andato tutto bene. Ma i disturbi presto ripresero a manifestarsi. Varie volte fu costretta ad assumere i farmaci salva vita che portava sempre con sé. Ci rivolgemmo per un consiglio ad una cara amica di Paola, Rita Romeo, figlia del primario di medicina generale all’ospedale san Camillo di Roma, da sempre specializzato nelle cure cardiache. Lei ci fece incontrare suo padre, Vittorio Romeo, persona competente e di grande umanità. Ci mise in contatto col miglior chirurgo dell’ospedale, il professor Giorgio Rabitti. Di idee di sinistra, critico verso Cl, ci prese però subito in simpatia, restammo a lungo amici. Gli accertamenti confermarono i dubbi peggiori: l’assoluta inutilità dell’operazione parigina. La stenosi, il restringimento della valvola mitralica, era rimasta in pratica invariata. La “tecnica del mignolo” del celebrato dottore Dubost non aveva sortito alcun effetto, tranne le sofferenze di un intervento comunque invasivo e il disagio di due faticose e dispendiose trasferte a Parigi. Occorreva ripetere l’operazione. Ma stavolta a Roma e con tecnica tradizionale, che comportava la circolazione extracorporea e la sostituzione della valvola “naturale” con una valvola artificiale. Un intervento ad alto rischio. L’operazione fu eseguita nel giugno 1984, la mia paura fu grande, ricordo le lunghe ore di attesa, seduto da solo sui gradini di una rampa di scale, di fronte alla camera operatoria. Fumai diversi pacchetti di Ms. Le sofferenze di Paola furono più grandi della mia paura, la convalescenza lunga. Ma l’esito fu perfetto. Paola risolse il suo problema, non soffrì più di crisi cardiache, ed era pronta ad affrontare una gravidanza. Anzi, poiché poteva esserci il rischio di una recidiva o di un rigetto era bene non attendere troppo. I figli però non vennero subito.

 


PER GRAZIA RICEVUTA


Nell’estate dell’anno successivo, agosto 1985, decidemmo di fare una breve vacanza in Croazia e Bosnia (c'era ancora la Jugoslavia). Venne con noi il carissimo amico Stefano Pagliuca. Partimmo in traghetto dalle Marche dove avevamo trascorso alcuni giorni con i miei genitori, Rino ed Elsa, nel loro paese natale, Agugliano. Eravamo curiosi di visitare il villaggio di Medjugorje dove da circa quattro anni si raccontava che la Madonna apparisse ad un gruppo di veggenti bambini. Così, dopo una sosta al mare, in tenda, puntammo verso Mostar dove trovammo alloggio da un affitta camere. Da qui in macchina raggiungemmo il villaggio delle presunte apparizioni.



Salimmo sulla collina dove i bambini dicevano di aver visto per la prima volta la Madre di Dio. Una collina brulla, il sentiero che molti pellegrini percorrevano a piedi scalzi era pieno di pietre appuntite. Andammo anche a casa di una delle veggenti, Maria, a quel tempo poco più di una bambina. La trovammo che conversava con un gruppo di pellegrini italiani. Uno di loro le chiese di intercedere con la Madonna perché la figlia trovasse lavoro. La veggente in un italiano incerto le assicurò le sue preghiere, commentando che bisognava lavorare per il Regno di Dio. Il pellegrino italiano si allarmò e volle chiarire alla veggente la richiesta per la figlia: “Che le Madonna le trovi un lavoro normale, però, non che faccia la suora!”. Ridemmo di cuore.

Nella chiesa di Medjugorje vidi Paola pregare intensamente. Mi confidò tempo dopo che aveva chiesto alla Madonna la grazia di un figlio. Se fosse nata una bambina, promise alla Vergine, l’avrebbe chiamata Maria.  Io non sono mai stato troppo devoto di Medjugorje. Ma esattamente nove mesi dopo il nostro viaggio in Bosnia, il 7 maggio 1986, Paola partoriva una bambina a cui, naturalmente, imponemmo nome Maria. Questo è il momento del suo battesimo, a versarle l’acqua santa sulla testolina è don Giacomo.



Credo che Paola, in cuor suo, considerò questa nascita come un miracolo, una grazia ricevuta, anche se ne parlò pochissimo in pubblico o con gli amici. Nell’estate del 2022 nostra figlia Maria, benché poco praticante, ha compiuto un viaggio in Bosnia con Vittorio; si sono dedicati soprattutto alla pesca nei torrenti e nei laghi, ma Maria ha voluto fare una visita anche al Santuario di Medjugorje. Sono saliti sulla collina delle apparizioni e Maria ha pregato nel luogo dove la mamma aveva promesso alla Madonna di dare il Suo nome alla figlia che avrebbe voluto donarle.

I medici avevano consigliato a Paola di limitare il numero dei figli, ma se avesse desiderato averne altri sarebbe stato meglio non aspettare troppo tempo. Così 16 mesi dopo Maria, il 14 settembre 1987, nasceva il fratellino Luigi. I primi tempi furono duri: per due anni la notte si dormiva poco o niente perché i due babies a turno si svegliavano e richiedevano attenzione continua. Ma eravamo contenti. I nonni furono preziosi anche se mio padre Rino poté godersi molto poco i nipotini.



Morì improvvisamente il 18 settembre 1989, investito da un autobus di linea mentre attraversava la strada a viale Trastevere. Quella mattina ricevetti la chiamata di mia madre mentre stavo conversando nella redazione di 30Giorni con il filosofo latinoamericano Alberto Methol Ferrè. Mi disse che i carabinieri le avevano telefonato, dicendo che suo marito aveva avuto un incidente e si trovava nella clinica Villa Margherita, a Trastevere. Capii che doveva essere una cosa grave, inforcai il motorino 50 e corsi alla clinica. Feci appena in tempo a vederlo ancora vivo, ma in coma, non poteva riconoscermi. Un infermiere disse che non c’erano speranze e mi consegnò una busta di plastica con i vestiti insanguinati di mio padre. Ebbi un malore e finii su una lettiga. Ma non c’era tempo per stare male, pochi istanti e stavo di nuovo in piedi, col motorino seguii l’ambulanza che trasferiva il babbo all’ospedale San Giovanni, dove pochi minuti dopo l’arrivo spirò. Qui mi raggiunsero il mio caro fratello Bruno e anche Paola. Forse mai come in quell’occasione sentii la forza dell’amore di Paola per me.

Era molto attenta all’educazione dei figli. Non voleva che passassero troppo tempo davanti alla tv (ancora non c’erano i tablet e i videogiochi). Così, già piccini, organizzandosi con il passeggino e con non poca fatica, li portava quasi tutti i pomeriggi al parco di Colle Oppio, perché giocassero all’aria aperta. Io ero molto assorbito dal lavoro, prima a 30Giorni e poi a Il Sabato, tornavo a casa la sera e (mea culpa) non riuscivo ad aiutare mia moglie come avrei dovuto. Nei week end però, tutti assieme andavamo spesso a San Donato. I bambini erano felici lì. D’estate facevamo le vacanze al mare, nelle Marche, dove eravamo riusciti a comprare un piccolo appartamento ad Agugliano (ospitavamo anche mia madre Elsa, vedova, e la famiglia di mio fratello Bruno con la moglie Grazia e i figli Giulia e Carlo). Ci piaceva anche passare dei giorni in montagna.



La meta preferita era Corvara in Val Badia. Amavamo quei luoghi e un po’ del nostro amore verso la natura meravigliosa delle Dolomiti lo abbiamo trasmesso ai figli. Tutti gli anni, insieme con i cari amici Vincenza Spallone e Paolo Biondi (e il loro piccolo Lorenzo) partecipavamo alle vacanze organizzate da un gruppo di colleghi milanesi de Il Sabato, capeggiati da Giuseppe Frangi, nipote di Giovanni Testori. Erano momenti di grande bellezza e spensieratezza. La preghiera si mescolava all’allegria dei canti o alle serate di svago con le esilaranti esibizioni del “mago” Andrea Tornielli, che incantava tutti i nostri bambini. Un’amicizia profonda, legami duraturi. Giuseppe Frangi e sua moglie Angela chiesero a Paola di fare da madrina di battesimo del loro quinto figlio, Filippo.



Nel 1993 la nostra famigliola dovette affrontare un primo momento di crisi. Il settimanale Il Sabato chiuse i battenti, mi ritrovai senza lavoro, disoccupato. Nel frattempo Paola aveva abbandonato le scuole cattoliche e aveva iniziato a lavorare nelle scuole statali, ma sempre in modo precario, con incarichi di supplenza annuale. Iniziai a collaborare con un numero infinito di giornali, essendo pagato a pezzo. Ma ancora non trovavo una nuova assunzione stabile. L’ansia mi portava a moltiplicare le collaborazioni: credo di non aver mai lavorato tanto come quando fui disoccupato.


 

“HO UN TUMORE”


Ricordo il pomeriggio quando Paola tornò a casa dopo quello che doveva essere un controllo quasi di routine per un nodulo al seno, in precedenza valutato come innocuo. Stavo al computer scrivendo forsennatamente l’ultimo articolo da vendere a L’Europeo. Senza distogliere lo sguardo dallo schermo luminoso le chiesi come era andata. “Ho un tumore” mi disse. Era il 1994. Altro che nodulo innocuo, si trattava di un cancro molto aggressivo, andava subito operato. Ci misi un po’ a capire la gravità. Paola fu ricoverata nella clinica Columbus, legata al Gemelli. Fu operata dal professor Paolo Magistrelli, coadiuvato dal senologo Riccardo Masetti. Dopo l’intervento fui convocato nella stanza del professor Magistrelli. Chiusero ben bene la porta alle mie spalle. I volti erano seri. Il tumore alla mammella era stato completamente asportato ma non c’era alcuna speranza di guarigione. Le cellule malvage erano in circolo. Il mondo mi crollava addosso. Non più di tre anni di sopravvivenza. A Paola si poteva dire quasi tutta la verità, ma lasciandole un piccolo spiraglio di speranza, quel tanto per affrontare la chemioterapia necessaria a tamponare l’avanzata del male. La chemio avrebbe avuto un senso anche dal punto vista psicologico. Non si può vivere aspettando semplicemente di morire.

La forza per stare in piedi me la diede Paola. Il suo primo istinto era di proteggere i bambini, finché fosse stato possibile. Maria aveva 8 anni, Luigi poco meno di 7. Mai fece trasparire nel suo volto un sentimento di disperazione. La prima metastasi attaccò i polmoni ma la chemio riuscì a bloccarla. Sperai che i medici si fossero sbagliati nella loro diagnosi infausta. Per alcuni periodi Paola sembrava poter vivere una vita normale, non fosse per i capelli caduti e i disturbi provocati dalla chemio. Era diventata amica di una malata conosciuta alla Colombus. Si chiamava Rosa. Aveva un tumore al cervello. Pregavano insieme. Pensarono di fare insieme anche un pellegrinaggio a Lourdes. Andammo tutti e tre l’8 dicembre del 1996, con l’Opera Romana Pellegrinaggi. Rosa e Paola indossavano una parrucca, i capelli erano caduti a causa della chemio.

 


Pregare nella grotta delle apparizioni fu un’esperienza unica. Una pace indescrivibile. Paola e Rosa fecero il bagno nelle vasche dove si immergevano i malati. Qualcuno aveva detto a Paola che quella era un’acqua speciale, che lasciava asciutti e non faceva sentire nemmeno il freddo. L’aspettai all’uscita. Paola mi sorrise: “l’acqua era gelida!”. La sua sana concretezza. Furono due giorni belli.

Paola non riusciva più a lavorare, fra ricoveri e terapie non riusciva più a garantire la continuità delle lezioni. Dovette dimettersi. Ricordo il suo ultimo giorno di scuola. Insegnava alle medie del Virgilio in via Giulia. L’andai a prendere con Maria e Luigi. Volle che pranzassimo tutti insieme in una trattoria vicino Piazza Farnese. Era un giorno drammatico ma lei riuscì a trasformarlo quasi in una festa.

La Provvidenza nel frattempo ci aveva dato una mano. Nel novembre 1995 ero stato assunto in Rai, al tg2. Paola fu un po’ sollevata. Tutti e due disoccupati con lei malata in quel modo: non era sopportabile a lungo. Ringraziammo Dio, ci recammo al Santuario del Divino Amore. Ma avrei preferito dalla Provvidenza un altro regalo, la guarigione di mia moglie.

Tanti amici pregavano per Paola. Pellegrinaggi a piedi, notturni, al Divino Amore. Pellegrinaggi in macchina al santuario di San Riccardo Pampuri, a Trivolzio in Lombardia. Negli ultimi mesi della malattia Paola era sconfortata. “Tutti questi santi” diceva “tutte queste preghiere…  e niente…”.

Ad accrescere il suo sconforto anche le notizie che venivano dal movimento di Roma con l’allontanamento di don Giacomo, il suo “esilio” in Spagna. “Proprio adesso, non averlo vicino, con la malattia che avanza…”.

Da ultimo fu attaccato il fegato. Quando Paola fece l’ecografia e lesse il referto fu un colpo durissimo. Le ultime illusioni svanirono. Al Gemelli ci dissero che non c’era nulla da fare, purtroppo. Il fegato era stato divorato dal tumore. Da alcuni parenti veniva la sollecitazione a provare con nuove terapie non ufficiali, come quelle del dottor Di Bella. Benché scettico e riluttante tramite un caro amico, Giovanni Azzaro, cercai un contatto. Portammo tutta la documentazione. C’era una ressa incredibile. Gente disperata. Furono onesti, un assistente di Di Bella ci disse che non potevano fare nulla.

 


QUELLA SIGNORA FILIPPINA


Era un continuo andare e venire dall’ospedale. Nel reparto di oncologia del Gemelli, accanto a Paola c’era una signora filippina. Si chiamava Emma. Dicevano insieme il rosario. La signora era grave, anche a lei i medici non davano speranze. Col marito, Vincent, erano immigrati in Italia da alcuni anni, mandavano i soldi alla figlia per permetterle di studiare all’università Vedendola in lacrime Paola cercava di consolarla e le chiese se potesse fare qualcosa per lei. La signora aveva il desiderio di rivedere sua figlia, Evelyn, prima di morire. Ma le procedure per il visto, anche un semplice visto turistico di due settimane, erano complicate. Occorreva un garante italiano che le acquistasse in anticipo il biglietto aereo di andata/ritorno da Manila a Roma (quasi due milioni di lire) e si impegnasse ad ospitarla a casa durante il suo soggiorno. Paola mi disse che dovevamo aiutarla, mi chiese se me la sentissi. Mi impegnai, ma era come sbattere contro un muro. Ogni volta che andavo in Questura, all’ufficio immigrazione in via San Vitale, ponevano un nuovo problema. Non bastava più il biglietto già acquistato e la dichiarazione di responsabilità, volevano la mia dichiarazione dei redditi, il contratto di affitto e non ricordo più cos’altro. Portavo i nuovi documenti ma non bastava mai, alla fine mi dissero che le carte erano a posto ma occorreva il via libera dall’ambasciata di Italia a Manila. E il via libera non c’era. Grandi litigate, una volta vi assistette anche Maria che aveva appena dieci anni ed era venuta con me, in motorino. Era evidente come dietro l’ostruzionismo burocratico ci fosse una volontà politica. Si voleva bloccare in tutti i modi l'immigrazione. Temevano che la ragazza, entrando con un visto turistico, poi potesse restare nel nostro paese come clandestina, per fare la colf magari a casa mia. Fu inutile spiegare che non era questo il caso, che si trattava solo di un gesto di umanità. Una mamma che voleva riabbracciare sua figlia prima di morire. Niente. Fremevo di indignazione: ma che Stato è, dicevo, uno Stato che non permette a una ragazza di rivedere per l’ultima volta sua madre moribonda. Paola era incredula, indignata anche lei. Sembrava proprio non ci fosse nulla da fare. Poi avvenne un fatto imprevisto. Nel giro degli amici di Emma si trovò una filippina che svolgeva servizio come domestica presso l’ex console italiano a Manila. Questi si prese a cuore la vicenda. Gli feci avere tutte le carte. Arrivò il visto. In prossimità del Natale 1996 Evelyn poté arrivare in Italia. Fece visita alla madre al Gemelli. Immaginate quanta commozione. Evelyn adesso è una donna, ha dei bambini, ma non dimentica. Dalle Filippine mi scrive: “Come potrei scordare Paola? Quando andai a ringraziarla, lei mi sorrise e mi fece una carezza sul volto, come se fosse stato normale fare quello che aveva fatto per noi”. In questa foto c’è la ragazza con Paola nella casa di via Galbiate, al Labaro, dove ci trasferimmo proprio nel 1996.  



Nell’estate del 1997 Paola si riprese un po’ e fummo in grado di passare qualche giorno insieme nelle Marche, con i bambini. Pranzammo insieme a Palombina, sulla spiaggia, allo Chalet azzurro. Ma quello fu un anno terribile. Anche la mamma di Paola, Antonietta, si ammalò. Le fu diagnosticato un tumore al pancreas. Anche a lei i medici non diedero speranze. Sembrava proprio che il destino si accanisse contro la nostra famiglia. “I preti dicono che Gesù è buono, si vede quanto è buono con noi” protestò Maria. Era stato buono nel donarci due donne straordinarie, che hanno cambiato la nostra vita e la cui memoria sempre ci avrebbe accompagnato e plasmato. Ma questo lo avremmo capito meglio dopo.

Gli ultimi mesi furono uno strazio. Paola e Antonietta malate entrambe. Tra casa e ospedale. Antonietta resisteva il più possibile, si lasciò vincere dalla malattia solo dopo la morte della figlia. Si avvicinava il Natale del 1997. Paola ricoverata al reparto di radiologia al Gemelli. Era diventata tutta gialla, il corpo non rispondeva più, non riusciva ad alzarsi dal letto, vomitava sangue. Lei sempre così forte e sostenuta molto più di me dalla fede, sembrava caduta in un’oscurità desolata. “Tutte queste preghiere… inutili…” mi sussurrava.  Soffrivo nel vederla così sconfortata, non poteva finire i suoi giorni così, nel buio totale. Il giorno di Natale, 25 dicembre, passammo insieme tutto il giorno e tutta la notte nella sua stanza d’ospedale.

 


UN BAMBINELLO


Avvenne quello che vissi come un miracolo, e ancora oggi mi riempie di commozione. Passarono delle suore, di stanza in stanza, portando una statua del Bambinello che proprio quel giorno nasceva a Betlemme.

Per un attimo temetti che Paola, per come stava d’umore, delusa da Dio, fosse infastidita da quel passaggio. Invece si rianimò, prese il Bambinello in braccio, lo baciò, più volte. Aveva uno sguardo stupendo, di mamma e di bambina insieme. La vidi trasformarsi, sciogliersi, consapevole della sua condizione senza scampo ma col cuore tornato in pace, come non l’avevo più vista da alcune settimane. La notte del 25 dicembre fu lunga. Per un copioso sanguinamento dal naso scendemmo dai chirurghi che riuscirono a tamponarlo. Paola aveva dolori ma era lucidissima, non dormimmo neanche un minuto, parlammo tanto. Non mi sembrava vero, era uscita dal buio. La mattina del 26 dicembre mi ordinò affettuosamente di tornare a casa a riposare, che c’erano i parenti, Enrico con la moglie Donatella e i suoceri, ad aspettarmi. Tra un po’ da lei sarebbero arrivati Carmen e Massimo, a farle compagnia. Prima di uscire dal reparto parlai con i medici che l’avevano in cura, gli chiesi quanto tempo, secondo loro, le restasse da vivere. Dissero che non si poteva prevedere, era alla fine ma poteva vivere ancora un paio di settimane. Tra due settimane era il 10 gennaio, il giorno del nostro matrimonio e il giorno in cui era morto suo padre. Tornai a casa convinto che Paola sarebbe morta il 10 gennaio, per forza doveva essere così. A casa dormii un’oretta, mi lavai, mi misi a tavola con i parenti. Stavamo pranzando quando arrivò la telefonata di Carmen: Paola si era aggravata. Quando arrivai al Gemelli era già morta. Tra i primi a raggiungere l'ospedale fu don Giacomo. "Scoppiò in un pianto a dirotto" ricorda Massimo. Pregammo insieme, Paola era ancora nel suo letto. Ricordavo la sua espressione, la sera prima, davanti al Bambinello e questo mi dava pace, tra le lacrime. C’era da pensare a tante cose, la ditta di pompe funebri, il funerale nella basilica di san Lorenzo fuori le mura, i parenti e gli amici da informare. Ma ora mi attendeva il compito più difficile, dare la notizia ai bambini.

 


“ORA DEVI PENSARCI TU!”


Maria e Luigi erano a casa di nonna Elsa, in viale Antonio Ciamarra, a Cinecittà Est. Quel viaggio in macchina non lo dimenticherò mai. Mi rivolgevo ad alta voce a Dio. Il tono a metà fra la protesta e l’invocazione. Va bene, hai voluto Paola con te, lo accetto, ma adesso dammi Tu le parole per dirlo ai miei figli! Sul grande raccordo anulare, il “sacro Gra”, le macchine mi sfrecciavano accanto. Il sole era già tramontato. Adesso devi pensarci Tu! che io non so come dirlo ai miei figli.  

Non ci fu bisogno di trovare le parole. Capirono subito quanto dovevo dirgli. Ci abbracciammo forte e piangemmo. "Mamma stessa ci aveva preparati" confida oggi Maria. Furono forti. Chiesero cosa sarebbe successo adesso. Mi dissero che forse non ce l’avrebbero fatta a vedere la mamma per l’ultima volta nella bara. Invece il giorno dopo la videro, nella camera mortuaria del Gemelli. L’affetto degli amici li consolò, si rendevano conto di quante persone avevano voluto bene alla mamma e quante di loro avevano ricevuto lo stesso amore da lei. Ricevetti forza da Maria e Luigi, erano loro a consolarmi. Mai fummo così uniti come nel giorno del funerale, celebrato da don Giacomo, a san Lorenzo. Quel legame tra noi non si è mai spezzato, è uno dei doni di Paola per noi.

Di fronte a lei ancora oggi mi sento un uomo piccolo piccolo. Eppure sono convinto che da lassù lei preghi con tutto il cuore per tutti noi, per me, per Luigi e per Maria, guardando noi e i suoi mille amici con lo stesso sorriso che ha illuminato la mia e la nostra vita.

 

 



"UNA MAMMA SPECIALE, CI AVEVA PREPARATI"


Era il 1994 e avevo 8 anni quando ho sentito per la prima volta la parola “tumore”, dai toni con cui parlavano mamma e papà avevo capito che doveva essere qualcosa di grave. Facevo finta di non capire davanti a loro, ma già mi era tutto chiaro. Ho una pessima memoria ma ricordo quel giorno come fosse ieri.

Quella parola ha accompagnato le nostre vite e mamma mi ha insegnato a conoscerla e ad affrontarla. Mi parlava del tumore come fosse una fiaba. Ricordo un giorno a Colle Oppio, io e lei mano nella mano, indicandomi un bruco mi spiegò come il tumore fosse come quel piccolo insetto che viveva dentro di lei e attraversava il suo corpo. Quando aveva degli attacchi di forte tachicardia ci chiamava, a me e Luigi, e ci chiedeva di starle vicino. Ci invitava a poggiare l’orecchio sul suo petto per farci ascoltare il suo cuore impazzito, scherzava sul nostro futuro senza di lei.

Era una mamma speciale, sorridente e sempre pronta allo scherzo. Ci divertivamo un mondo. Quando papà faceva tardi a lavoro lasciavamo una lettera di addio in cucina: “Ciao papà, noi siamo andati via”. Ci nascondevamo nella stanza di nonna, spegnevamo e le luci e aspettavamo la porta aprirsi. Quando tornava papà, aspettavamo che leggesse la lettera, poi uscivamo all’improvviso ridendo come matti.

Era anche una mamma severa, i miei amici erano terrorizzati quando venivano a casa da noi: prima i compiti, poi si gioca. Delle volte discutevamo e lei si arrabbiava molto, ma non sopportava vedermi con il broncio e così dopo pochi minuti veniva a farmi il solletico per fare subito la pace.

Amava la natura e i fiori, passioni che mi ha trasmesso. La mattina quando mi accompagnava a scuola rischiavamo di fare tardi per fermarci ad ammirare estasiate i campi di papaveri rossi su via di Grottarossa. In Trentino, a Corvara, durante le passeggiate avevamo sempre un mazzetto di fiorellini in mano e al mare al Conero invece la nostra specialità era trovare i sassolini più colorati e particolari.

L’ultimo anno è stato il più difficile, viveva tra ospedali e la sua camera al primo piano, nella nostra casa in via Galbiate. Appena rientravo da scuola lanciavo lo zaino all’ingresso e correvo su a trovarla. La aiutavo a medicare il catetere, a spalmarle la crema alle mandorle sulla pelle secchissima e cercavo di convincerla a mangiare qualcosa. Voleva stare spesso da sola ma il pomeriggio mi chiamava per recitare il Rosario, mi chiedeva di pregare insieme a lei perché non voleva più soffrire. Non era arrabbiata, era stanca. E così quello divenne il nostro appuntamento fisso, il nostro momento.

L’ultima volta che ci siamo sentite al telefono ha pianto, per la prima volta davanti a me, dopodiché non ha voluto più parlarmi. Io ero arrabbiata perché volevo sentire la sua voce, perché mi mancava ma capivo che non voleva che la sentissi piangere o con la voce bassa per il dolore. Voleva che avessi un ultimo ricordo bello di lei. Ora lo capisco, e lo apprezzo.

La notte di Natale, il 25 dicembre 1997, dormivo da nonna Elsa, dormivo per modo di dire. Papà non lo vedevo da un giorno e sapevo che il momento stava arrivando. Sono stata sveglia tutta la notte e quando ho sentito la porta aprirsi non volevo uscire dalle coperte. Sapevo già quello che voleva dirmi e non avevo voglia di sentirmelo dire. Piangemmo insieme, tutti e tre, abbracciandoci fortissimo.

Sono grata a mio padre per aver reso la memoria di mamma sempre viva in noi, ogni giorno della nostra vita. Grata a lui e a tutti gli amici che hanno contribuito a donarmi questo prezioso ricordo di lei.


Maria Brunelli

 

 

IL RICORDO DI VINCENZA


Il mio primo ricordo è la tua risata mentre parlavi con due persone dopo la messa in via Giulia. Tu, Diana e Giuliana avevate sorrisi ospitali. A me appena ventenne i vostri volti radiosi (e belli) apparivano come il segno di una gioia possibile.

Ti ho ritrovato dopo qualche anno quando alle Cappellette eri stata chiamata ad occuparti di due ragazzi con gravi problemi psichiatrici che erano ospitati lì. Di Massimino sapevo come ci era arrivato. Un giovane medico di neurologia aveva chiesto aiuto per un ragazzo pluri-ricoverato alla Clinica Psichiatrica della Sapienza a Micaela, studente di medicina come me, all'angolo tra viale dell'Università e viale del Policlinico mentre stavamo volantinando. Non aveva parenti che lo riprendessero a casa. Giacomo decise di accoglierlo alle Cappellette, il pensionato studentesco aperto da poco, dove mi ero trasferita anch'io pochi mesi prima della laurea. Chiese a te di venire a vivere lì per seguire Massimo e Stefano. Venisti in camera con me, dove c'era un letto libero. Passammo la sera e parte della notte a raccontarci. Cominciò così la nostra amicizia.

Ho vissuto questa amicizia come perfetta, come un dono. Avevo vissuto l'adolescenza nell'esaltazione della amicizia e avevo coltivato sincere e belle amicizie. Questa era accaduta senza essere cercata e avrebbe accompagnato la nostra vita in tutti i suoi passaggi cruciali ma anche nella quotidianità più semplice.



Venisti ad abitare a via Paolina con tua madre. Quella casa divenne presto per me un luogo di ristoro. Lo era per tanti. La generosità era una tua cifra. Ci trovavo spesso i ragazzi di GS che seguivi.

Poi il tuo matrimonio con Lucio. Ricordo la mattina, non avevi voluto una parrucchiera per l'acconciatura, ti aiutai a sistemare i capelli, l'abito era semplice. La sobrietà era una tua caratteristica, ma eri bella di tuo. La cerimonia a Santa Maria in Trastevere, la festa al ristorante delle Cappellette. Conservo ancora l'abito che portavo da tua testimone, Giovanna mi aveva prestato la sua pelliccia, era gennaio.

Poi le gravidanze. Non eri rinchiusa in un ruolo, moglie, madre. La tua storia o la tua indole ti avevano resa allergica alle costrizioni dei ruoli, non che fossi avara di sentimenti anzi, ma nascevano originari non convenzionali non mutuati dal sentire comune o da modelli che la tua indipendenza non riconosceva più.

La prima malattia, la cardiopatia, la seconda e ultima. Lo strazio tuo e di chi ti voleva bene. Il realismo sempre. Mai recriminazioni anche quando non sarebbero state fuori posto.

Il destino ha voluto che vivessimo gli ultimi pochi anni da vicini di casa, per un po' avevamo anche tolto l'inferriata che separava i nostri terrazzini. Ricordo che lì mi dicesti dell'ecografia epatica che non andava bene e sapevamo senza dircelo cosa significava. Ricordo il "Vi, vieni" con cui mi consentivi di salire nella tua stanza quando le forze erano già compromesse.

L'ultima volta che ci siamo viste prima di Natale al Gemelli, ormai con poche forze residue mi raccontasti di aver colto una conversazione tra i nostri figli di 10-12 anni su temi di educazione sessuale e ci facemmo una risata, l'ultima.

Ero seduta sulle scale della cappella laterale di San Lorenzo al Verano durante la tua affollatissima messa funebre, non sapevo accettare, avevo solo un urlo dentro.

Per tanto tempo, a casa, ho risentito il tuo flebile "Vi, vieni" segno di predilezione e ospitalità.

 

Vincenza Spallone




EX ALUNNI. PAOLA IN VERSI


Sorrisi e coraggio


Un sorriso, il cui ricordo molto costa:

fu lei la prima prof della mia vita,

tre anni di studio, fanciullezza già finita,

e poi indelebili le estati in val d'Aosta.


Paola, amica che mi volle molto bene,

al di là dal vedermi sol studente,

mi iniziò al pensare "indipendente"

e ad affrontare responsabilità piene.


Ma non solo con lezioni nella classe,

pel programma da seguir ministeriale

ma coi fatti e l'esempio personale,

col contegno che staccava dalle masse.


Lei mi insegnò il coraggio dell'idea,

del mantener le proprie ferme convinzioni,

e ad affrontare eventi gravi e situazioni

che spingerebbero il più degli altri in apnea.


La vidi forte affrontare il "tocco" al cuore,

e condividere le nozze in sacramento,

e anche subire, per amor del movimento,

l'accusa rea di "propaganda" dalle suore.


In aula a scuola, mi fece amare Dante,

(di alcuni versi, grazie a lei, ancora ho memoria)

e mi iniziò, oltre che a geo, lettere e storia,

a quel latino, per mio figlio or "nauseante".


Ma è con la fine di quel ciclo dello studio

che Paola, libera dal ruolo "magistrale"

diventò "amica", ironica e gioviale

e manifestò di generosità un tripudio!


Mi prese in giro, per le acerbe prime cotte,

mi mostrò stima, interessata al mio futuro,

ed offrì sempre un consiglio più maturo

per quelle scelte che tolgon sonno nella notte.


Proseguì quindi l'amicizia in questo modo:

lei un po' sorella maggiore affezionata

e io adorante, questa donna emancipata,

che offriva sempre un generoso approdo.


Questo miracolo subì un dì l'interruzione

quando il destino mise il pollice all'ingiù

ed il coraggio non è bastato più

per salvar Paola dall'ultima tenzone.


Sarebbe bello oggi poterla aver vicino

poterle fare addirittura una carezza

e mi rifugio cosi con tenerezza

nella foto che ho con lei sotto al Cervino.



Fabrizio Tagliaferri




LUCIA, TESTIMONE DI UN'AMICIZIA


Paola sapeva ridere, e molto. In maniera improvvisa a volte, ma  era come se i suoi occhi giovani sapessero cogliere qualcosa di inaspettato che a me quasi sempre sfuggiva.

Ci siamo conosciute in un'età in cui  tutto era attraversato da un' impetuosa  inquietudine. 

Era la responsabile del nostro piccolo gruppo del movimento, ma al di là del ruolo formale, l'amicizia è stata immediata. Ci univa una  simpatia umana e  forse una certa allergia a rituali e convenevoli.

Ma c'era  anche molto altro che ancora, a distanza di anni, non so ben dire.

Mi ha sempre colpito lo sguardo chiaro e profondo e la bellezza antica del suo volto.

Capace di  grandi tenerezze, con la stessa libertà non nascondeva le sue asperità che però la rendevano ancora più vera.

Quando mi chiese di essere la sua testimone di nozze rimasi molto sorpresa e grata per la sua amicizia che nel tempo, per gradi e per prove successive, ha continuato a tenermi compagnia nonostante la diversità delle nostre vite.

Per un certo periodo non ci siamo più sentite. Avevo lasciato alle spalle l'esperienza del movimento e cambiato città, ma quando provai a chiamarla riprendemmo la nostra conversazione come se non si fosse mai interrotta, senza spiegazioni o timore di giudizi. 

Anche questo, credo, sia il segno evidente di un'amicizia vera.

Conservo con cura l'ultima immagine  di Paola già molto provata, ma non per questo meno bella nella sua  sofferenza. Seduta sul divano, dava consigli a Lucio su come decorare l'albero di Natale. 

In silenzio le tenevo la mano, e quella stretta, a pensarci bene,  è ancora per me un luogo da cui è difficile allontanarsi.



Lucia Ferruzza



UNA LETTERA DI RATZINGER


Alcuni giorni dopo la morte di Paola scrissi un biglietto al cardinale Joseph Ratzinger, condividendo la notizia della sua scomparsa. A quel tempo il porporato era Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede. Lo conoscevo dagli anni del mensile "30Giorni" e non avevo perso i contatti anche dopo il mio passaggio in Rai. Questa la lettera che mi scrisse il 21 gennaio 1988



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