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  • luciobrunelli

Quell'eremo che fu caro a don Giussani

Aggiornamento: 13 ott




La finestra della cella, scavata nella roccia, s'affaccia su un paesaggio autunnale di foglie gialle e boschi fitti. Laggiù in basso, tra rocce levigate e vegetazione selvatica, scorre l'Aniene. Ma il torrente è lontano e la quiete dell'eremo non è violata nemmeno dal mormorio della sua corrente. A perdita d'occhio non si vedono case, automobili, traccia di presenza umana, solo una natura primitiva. E un grande silenzio.

E' una lunga storia. Un cavaliere pugliese, di nome Lorenzo, uccise un uomo durante una lite e trascorse il resto della vita a espiare il suo peccato. Correva l'anno del Signore 1209. Prima compì un lungo pellegrinaggio al santuario di Santiago de Compostela. Poi bussò alla porta del monastero fondato a Subiaco da San Benedetto. I monaci l'accolsero ma il suo tormento non si placava e lui chiese all'abate il permesso di abitare in un eremo sui monti poco sopra il monastero. Pregava e faceva penitenza. Dormiva in un giaciglio scavato nella roccia, si nutriva di erbe. I suoi superiori dovettero comandargli di non essere così severo con sé stesso, perché Dio usa misericordia anche a un assassino, quando vede che il suo cuore è pentito.

Dicono fosse ancora vivo quando un uomo di nome Francesco, col suo saio tutto rattoppato e già in vita venerato come un santo, giunse da Assisi a visitare il Sacro Speco di Subiaco. Uno storico locale, Aldo Innocenzi di Roviano, azzarda un'ipotesi suggestiva: che fu in quella circostanza, avendo negli occhi e nel cuore l'emozione dell'incontro con san Francesco, che Lorenzo pronunciò quelle parole molto amate da don Giussani e da lui citate tante volte, predicando ai suoi giovani: "Mi fu detto, tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora mi accorsi che forse tutta la mia esistenza sarebbe passata nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto. E il tuo ricordo mi riempie di silenzio".

Passarono otto secoli dalla morte dell'eremita Lorenzo di cui la Chiesa riconobbe poi le vìrtù, proclamandolo beato. Non c'erano più uomini di Dio disposti ad abitare tra quella pietra, le frane rendevano rischioso l'accesso, i rovi avvolsero quella santa dimora.

Era l'inizio degli anni Sessanta quando un pittore americano, dalla vita avventurosa, decise di ridare vita a quel luogo e fece erigere il suo studio accanto all'eremo abbandonato, che pure venne ripulito e reso adatto a ospitare, alla meglio, eventuali visitatori. Il pittore si chiamava William Congdon. Figlio artistico della action painting di Jackson Pollock, la sua vita irrequieta era andata a sbattere durante la Seconda guerra mondiale nel campo di sterminio nazista di Bergen Belsen dove giunse nel 1945 come ausiliare sanitario delle truppe americane e britanniche che liberarono il campo. In quel luogo era morta di stenti Anna Frank e la zingara cattolica Ceija Stojka sopravvisse solo perché con la madre trovò riparo dal gelo sotto una pila di migliaia di cadaveri accatastati all'aperto (ho raccontato la sua storia in questo blog). Il giovane Congdon vide le cataste dei cadaveri, vide morire nell'infermeria donne e bambini, quell'orrore rimase impresso nei suoi disegni e mutò per sempre la sua vita. Nel 1959 abbracciò la fede cattolica ad Assisi, dove era entrato in contatto con la Pro Civitate Christiana, associazione fondata da un grande prete milanese, don Giovanni Rossi, nel 1939. È tramite Paolo Mangini, membro dell'associazione, futuro co-fondatore della casa editrice Jaca Book, che Congdon conosce don Giussani e ne diventa amico e discepolo spirituale.

Siamo a metà degli anni Sessanta. Mentre il pittore trae ispirazione per i suoi quadri dalla tavolozza dei colori naturali del paesaggio sublacense, don Giussani inizia a frequentare con un gruppetto di giovani l'eremo che fu del beato Lorenzo.



Questa foto fu scattata in quegli anni da un grande fotografo, il friulano Elio Ciol, vincitore di premi prestigiosi come il World Press Photo Award per la natura.

Per raggiungere l'eremo bisognava percorrere un sentiero poco battuto; con le macchine si arrivava fino al Sacro Speco di Benedetto, poi si doveva salire a piedi. Ma chi sono i giovani che seguono don Giussani in queste montagne aspre, dove Benedetto da Norcia visse da eremita prima di fondare uno straordinario movimento monastico? Sono ragazzi e ragazze che hanno vissuto l'esperienza di Gioventù studentesca ed ora chiedono a don Giussani di essere aiutati a verificare un desiderio sorto spontaneo nella loro vita: consacrare tutta l'esistenza a Dio, restando immersi nel mondo. È il bozzolo nascente di quella tessitura di vita cristiana che più tardi prenderà il nome di Memores Domini.

All'inizio don Giussani non era molto convinto, furono i ragazzi a insistere. In un'intervista che realizzammo per il mensile 30Giorni, ricordava così quell'inizio: "Molto tempo fa, all’inizio degli anni 60, alcuni ragazzi di Gioventù studentesca hanno insistito perché fossero seguiti nel vivere una dedizione a Dio dentro il mondo. La proposta mi trovò ammirato ma non immediatamente compiacente. Tanto che, all'inizio, partecipai non molto appassionatamente ai loro ritrovi quindicinali di preghiera, e solo dopo un periodo di due o tre anni con evidenza mi sono accorto che quella poteva essere una provocazione ad una realizzazione particolare, ma significativa, dell'esperienza cristiana da noi iniziata anni addietro". Pochi lo sanno, anche tra i ciellini, ma il primo raduno per gli esercizi spirituali del "Gruppo adulto" (all'inizio era chiamato così) si tenne proprio nell'eremo del beato Lorenzo, nell'estate del 1966.



Rivedendo le foto in bianco e nero (qui don Giussani celebra la messa nell'eremo) colpiscono i volti di questi giovani della buona borghesia lombarda, così determinati nel loro desiderio e così affascinati da don Giussani, da affrontare senza un lamento le condizioni non proprio confortevoli della sistemazione nell'eremo. Nelle cellette non c'era l'acqua corrente e soprattutto non c'era l'elettricità. Racconta una di quelle ragazze, Giuletta Loreti, ad Alberto Savorana nella sua documentata biografia di don Giussani: "bisognava salire con la valigetta a piedi, perché c'erano solo sentieri. Giussani andava in giro con il Baygon in tasca, perché era allergico agli animaletti. Ascoltavamo le sue lezioni all'aperto, attorno ad un tavolo dove anche mangiavamo". William Congdon poggiava il pennello e si univa volentieri a loro. Lo spettacolo di una natura incontaminata accompagnava le conversazioni. Anche questa foto è di Elio Ciol.



Don Giussani indossava ancora la tonaca, il Concilio si era appena concluso e la novità del clergyman non si era fatta strada ma l'esperienza libera di questi ragazzi, il loro desiderio di una radicalità evangelica, condensava meglio di tante dispute clericali il sogno di una Chiesa più viva e in grado di parlare agli uomini d'oggi che aveva mosso Giovanni XXIII. Per alcuni anni - dal 1966 al 1970 - ogni estate nell'eremo del beato Lorenzo si ripetevano gli esercizi spirituali del "Gruppo adulto". Erano anni particolari nella storia di don Giussani. Il movimento di Comunione e liberazione non era ancora nato (nascerà nel 1971) e l'esperienza in Gioventù studentesca aveva incontrato alcune resistenze nel mondo ecclesiastico: nel 1965 Giussani era stato mandato negli Stati Uniti per continuare gli studi accademici, un modo gentile con cui a volte i vescovi "esiliano" per un periodo esperienze non del tutto gradite. In America restò solo alcuni mesi ma ormai Gs segnava il passo e il vento impetuoso delle rivolte studentesche del '68 ne avrebbe affrettato la crisi.

Ma la vita pulsava, eccome, nei raduni estivi che segnarono la storia dei Memores domini. Giussani non era preoccupato della "forma" da dare a questa esperienza assolutamente nuova nella Chiesa: monaci senza abito religioso, i consigli evangelici (povertà, castità, obbedienza) vissuti non in luoghi protetti dalle seduzioni del mondo ma in mezzo al mondo; lavorando come gli altri uomini ma mettendo i beni in comune e tutta la vita nelle mani di Dio.

Erano più i giovani a chiedere di dare una forma a questa esperienza, don Giussani desiderava solo aiutare il loro cammino, premurandosi di porre delle fondamenta solide. "Rapporto tra me e Dio.. Ogni altro modo di concepire la vocazione finisce per essere, poco o tanto un'alienazione", diceva nei primi esercizi spirituali del 1966. Di tutte queste conversazioni è rimasta traccia negli archivi di Cl. L'anno successivo, il 1967, Giussani parla del dolore come l'esperienza più "qualificante" la condizione umana. Ci sono due modi per sfuggire a questa evidenza, diceva. Il primo è la "superficialità" del non pensarci, "un abbandonarsi al tempo per inaridire la coscienza". Il secondo è gettarsi a capofitto nel lavoro, "l'uomo è portato a sperare che la redenzione del dolore venga dalla sua attività". Invece la maturità cristiana è "fissare gli occhi su Cristo" perché "la salvezza non viene dalle nostre opere e dalle strutture che facciamo, viene da Dio ed è una storia".




Una storia sempre piena di sorprese. Una grande e lieta sorpresa fu per don Giussani ritrovare a Subiaco Egidio Gavazzi, il nipote di Anna Kuliscioff, diventato abate del monastero benedettino nel 1964. Un legame speciale legava Giussani al nuovo abate. Sua madre, Andreina, figlia della famosa rivoluzionaria russa e di Andrea Costa, fra i leader del socialismo italiano, s'era convertita al cattolicesimo e per qualche via a Desio era diventata amica della famiglia di Giussani. Famiglia povera, il papà di idee socialiste; quando il giovane Luigi manifestò il desiderio di diventare sacerdote, non c'erano abbastanza soldi a casa per sostenerlo negli studi. Il ragazzo fu aiutato, con generosità, proprio da Andreina Costa-Kuliscioff, la quale aveva sposato il benestante Luigi Gavazzi. Il loro figlio Egidio, dopo aver studiato da ingegnere aveva un futuro davanti come manager di successo nelle aziende di famiglia ma in età adulta scelse di farsi monaco. Ed ora don Giussani lo ritrovava "vicino di casa" nell'eremo del beato Lorenzo. La fantasia della Grazia.

Con il trascorrere degli anni gli aderenti al Gruppo adulto erano sempre più numerosi e non fu più possibile tenere gli esercizi spirituali nella foresteria dell'eremo che poteva ospitare al massimo una trentina di persone. Un nuovo eremita, Alberto, si andò a stabilire nella dimora del beato Lorenzo ed a tratti ancora vi risiede, quando le frane non occludono il sentiero che don Giussani percorreva a piedi con i suoi giovani.

Qualche mese fa con alcuni amici di Roma abbiamo potuto compiere una visita all'eremo. La natura è sempre incontaminata, il grande silenzio non è disturbato da nessuno. Nelle cellette scavate nella roccia abbiamo trovato, ancora intatti, i libri che c'erano negli anni Sessanta. Tutti eravamo presi da emozione, è venuto spontaneo recitare insieme una preghiera ripensando alla storia meravigliosa che è passata sotto quello sperone di roccia, da cui, poco più in basso si scorge il luogo dove ebbe inizio il monachesimo occidentale.



Il 22 dicembre 1968, commentando l'apertura della prima casa-monastero del Gruppo Adulto a Gudo, nella Bassa milanese e avendo forse negli occhi le immagini di Subiaco, don Giussani diceva: "il segno dei tempi è che la vocazione del cristiano è vocazione all'immanenza nel mondo. È il tempo del monastero benedettino, quando i monaci andavano in mezzo ai barbari e li aiutavano a coltivare la terra".

Buon centenario in cielo, don Giussani.



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