In ricordo di Enzo Bianchi
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Ho avuto la fortuna di conoscere Enzo Bianchi, monaco, fondatore della comunità di Bose, piemontese come il suo amico Carlìn Petrini; due uomini liberi, amanti della vita, che ci hanno lasciato in questo 2026 a pochi mesi uno dall'altro. Questo il ricordo che ho scritto per Vita.

Il padre si chiamava Giuseppe: ateo, anticlericale, partigiano, nel 1943 - in piena guerra – volle chiamarlo Enzo perché era uno dei pochi nomi che non compariva nel calendario dei santi cristiani. La mamma si chiamava Angela: cristiana, morì quando Enzo aveva appena otto anni per una disfunzione alla valvola mitralica, ma in punto di morte si fece promettere, dal marito, che il bambino sarebbe stato educato nella fede cristiana. Così furono le amiche della mamma, Norma Anselmo ed Elvira Ameglio - la postina e la maestra del paese - a prendersi cura del piccolo Enzo e a loro Enzo restò sempre grato ed affezionato, come due seconde mamme. Furono loro a trasmettergli una fede semplice e profonda e il gusto per la lettura e lo studio. A 11 anni stava per entrare in seminario ma presto sentì che non era quella la sua strada. Cercava qualcosa di diverso. Studiò da ragioniere e poi si iscrisse ad Economia all’Università, ma il cuore era inquieto e l’aria fresca del Concilio lo inebriò, lo spinse lontano, fino a Taizé, dove sperimentò il senso di una comunità gioiosa ed aperta alle altre confessioni cristiane. Si sentiva attratto dalla vita monastica, le sue “mamme” gli avevano fatto scoprire i testi di san Basilio. A soli 22 anni, nel 1965, nel giorno della conclusione del Vaticano II, va a vivere a Bose, una frazione abbandonata, nel Biellese. Per tre anni vive come un eremita. Nel 1968 i primi compagni chiedono di unirsi a lui: un pastore protestante svizzero e una giovane donna di Ivrea. Così nasce e si dà le prime regole la piccola comunità monastica di Bose, che vive i consigli evangelici della povertà, della castità e dell’obbedienza, uomini e donne. Presto crescono di numero.

Non diventerà mai prete, Enzo, quelli che si ostinano a chiamarlo “padre” Bianchi ignorano la natura della sua vocazione. Un monaco laico. Rapidamente la fama di questa singolare comunità si diffonde. L’ospitalità è aperta a tutti, anche a non credenti in ricerca di un senso per la vita, di momenti di vera pace. Bose diventa famosa in Italia e all’estero. Teologi e monaci ortodossi (nella foto sotto con il patriarca di Constantinopoli, Bartolomeo), pastori protestanti e anglicani. Una trama ecumenica senza precedenti in Italia, tutta basata sulla fede nella persona di Cristo, sull’amicizia, sulla preghiera.

Enzo Bianchi pubblica libri, tiene conferenze, scrive commenti sui maggiori quotidiani laici del paese. Lunghi splendidi anni. Fino alla grande crisi, quando ormai anziano nel 2016 si dimette da Priore e lascia che la comunità elegga un suo successore. Ma le cose non vanno bene. Si apre una ferita interna alla comunità. I suoi eredi pretendono autonomia, ma lui è il fondatore e Bose è una sua creatura, pretende di avere ancora voce in capitolo. L’eco delle divisioni arriva fino a Roma e alla fine la Santa Sede - è il 2020 - chiede ad Enzo di allontanarsi da Bose. Sono gli anni più difficili. Anche con Papa Francesco, che pure lo aveva voluto accanto in diversi sinodi, come consigliere. Ci vuole tanto tempo, perché Enzo ritrovi la sua serenità. Fonda Casa Madia, una nuova piccola fraternità aperta a tutti. Nel 2023 papa Francesco lo riceve e lo benedice. Uscirà felice da quell’udienza e difenderà fino alla fine papa Francesco dai suoi detrattori. Nelle ultime settimane aveva scritto all'attuale priore di Bose, desiderava una riconciliazione "visibile" con la comunità da lui stesso fondata. La malattia non gli ha dato tempo.

Anche lui, di ingiurie ne ha subite molte. I cattolici tradizionalisti lo hanno attaccato come eretico, con toni violenti e linguaggio volgare. Assurdità. Recentemente critiche gli erano piovute addosso anche da teologi “progressisti” come Andrea Grillo. Il suo ultimo scritto, su Vita pastorale di agosto-settembre 2026, era un commento amaro allo scisma dei lefebvriani. Enzo Bianchi li biasimava, ovviamente, ma affermava pure che non gli si poteva chiedere di aderire senza riserve a tutti i documenti del Vaticano II perché non tutti avevano lo stesso valore dottrinale. Criticava come sociologicamente “ottimista” la costituzione pastorale Gaudium et spes, quasi una bestemmia per alcuni teologi autoproclamatasi interpreti autentici del Concilio. Non meno severe le sue parole contro certe distorsioni del dialogo interreligioso e della riforma liturgica: «Quando ormai alcuni “addetti al dialogo interreligioso” che si definiscono teologi improvvisano preghiere con credenti di altre religioni o affermano che tutte le religioni portano a Dio, allora anch’io mi irrigidisco e giudico queste posizioni non più cattoliche! E che dire dei canti che si fanno nelle nostre chiese? Talvolta più mondani che cristiani, allora decisamente meglio il gregoriano!». Uomo libero. Di grande umanità.

Sono stato varie volte a Bose, a realizzare servizi e interviste per il mio Tg. Al di là del racconto mediatico gli interessava l’anima dell’interlocutore. Quante volte mi disse di andare a trovarlo con i miei figli, sapeva che avevano perso la mamma come lui in tenera età, e per la identica patologia cardiaca. Recensì con parole commoventi, su La Stampa, il mio libro di ricordi su Papa Francesco (nella foto sotto la pagina di Tuttolibri). Amava la bellezza. Uno degli ultimi incontri fu a Firenze, nella splendida basilica di Santo Spirito; dovevo intervistarlo e la troupe andava di fretta, ma lui insistette per portarci, prima, tutti a vedere la Pala Nerli di Filippino Lippi, era stata appena restaurata da Anna Monti, che ancora non conoscevo. Restò incantato davanti a quella Madonna, e poi ci disse: “valeva la pena, no, perdere un minuto davanti a tanta bellezza?”.




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