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Il Meeting, i media, le storie belle

  • 6 ore fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Non è stata solo la visita di Leone a rendere diverso quest'anno il Meeting di Rimini. Le testimonianze hanno prevalso sulla politica. Quando si punta sulle storie, e le storie veicolano pura bellezza, anche i media laici mostrano attenzione.

Qualche mio pensiero affidato a Il Sussidiario (1/9/26)


 

Quello che si è concluso il 26 agosto a Rimini è stato un Meeting diverso, c’è chi lo ha definito un Meeting «spartiacque». Lo è stato sicuramente nella narrazione mediatica. Negli anni passati era la presenza dei politici a monopolizzare l’attenzione dei giornali: la kermesse riminese. nelle prime pagine dei quotidiani, era trattata come la manifestazione che, a fine agosto, segnava il ritorno della politica dopo la pausa estiva. Questo racconto è stato sempre sentito come ingiusto dal popolo del Meeting, che tra i padiglioni della Fiera ha sempre cercato in primis le mostre più interessanti e le testimonianze più avvincenti, e solo in seconda battuta andava ad ascoltare (ed applaudire, a volte molto generosamente) gli interventi dei leader politici. Trattamento politicista, percepito come ingiusto perché non corrispondeva all’esperienza concreta vissuta dai partecipanti, in buona parte discepoli, vecchi o giovani, di don Giussani: sempre alla ricerca, prima di tutto, di conferme della persuasività esistenziale dell’esperienza cristiana.


Alle lamentale del popolo ciellino l’apparato mediatico rispondeva alzando le mani al cielo: tra una mostra sui misteri del firmamento e una esternazione fiume di Berlusconi, era normale che la “legge della notizia” premiasse il secondo. Così, nel passare degli anni e delle stagioni politiche, lo schema si ripeteva.

L’edizione del Meeting di quest’anno è stata diversa. Sembra aver rotto lo schema. Effetto anche (o forse principalmente) della visita di Leone XIV, la politica-partitica è rimasta confinata negli interstizi della manifestazione. C’era mezzo governo, in realtà, a Rimini, ma la gente quasi non se n’è accorta. E i media ne hanno dato conto il giusto. Il protagonista principale è stato il Papa, ovviamente. Ma non solo lui. Come per un virtuoso effetto “trascinamento” l’attenzione di tutti (giornali, visitatori e organizzatori) è andata a puntarsi sulle storie forti ospitate dal Meeting 2026.



Cominciando dall’incontro di apertura, con l’abbraccio sorprendente tra la sorella di padre Jacques Hamel, sgozzato in chiesa da un giovane plagiato dall’Isis, e la madre dell’assassino. Abituati, ma anche disgustati ormai, dalla logica di una polarizzazione che vede nell’altro solo il nemico, l’incontro fra queste due donne non poteva non colpire e commuovere. Poteva obiettivamente essere considerato meno “notizia” delle ennesime esternazioni di qualche ministro o leader politico? E infatti, già prima dell’arrivo del Papa, questa storia primeggiava nelle pagine dei giornali, anche quelli considerati storicamente più laici. Poi sono arrivate mille altre voci e storie interessanti. Da Israele e dalla Palestina, ad esempio, quelle del cardinale Pizzaballa e del meraviglioso parroco di Gaza, padre Romanelli. Hanno portato a Rimini il dolore di una popolazione devastata, come dopo il passaggio di uno tsunami, “terre di nessuno” dove diritto e giustizia sono latitanti. Ma hanno raccontato anche una quotidianità dove, improvvisamente, si aprono brecce di umanità in un muro d’odio; storie semplici che allargano l’orizzonte e tengono in piedi la piccola speranza bambina, di cui scriveva Charles Peguy. Insomma, il cuore del Meeting. Proprio come l’ha descritto ed auspicato il Papa: non un’enclave ma un crocevia di incontri «che generano altri incontri». Il cristianesimo come apertura e passione per il mondo: il grande custode dell’umano.


Rischiamo pure l’ingenuità, ma sembra che qualcosa di questo cuore sia arrivato, quest’anno, anche ad un pubblico più grande del popolo del Meeting. Molta gente, d’altra parte, non vede più i tg e non compra più i giornali perché è stanca di una politica ridotta a propaganda e di una cronaca che non è solo nera, ma tenebrosa. C’è fame di storie vere, belle, positive. Di umanità autentica. Chissà se l’esperienza riminese incoraggerà i grandi media a proseguire su questa strada nuova, stretta ma suggestiva. Quella che Italo Calvino tratteggiava nelle Città invisibili, quando scriveva che l’unica alternativa a non lasciarsi assimilare dal vuoto infernale del nostro tempo è riconoscere «chi e cosa inferno non è» e farlo durare e dargli spazio.

 
 
 

2 commenti


nicolai
15 minuti fa

Condivido molto di quello che dici: nei miei ricordi sbiaditi tuttavia al meeting, almeno in un certo periodo, la politica, la prima carità, ha avuto la sua giusta e grande importanza; non certo la fazione, come in certi tristi momenti. Se mi dici, ed io mi fido, che qualcosa si sta rettificando, ne sono molto lieto

Modificato
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annalucialorizio
3 ore fa

Che bella riflessione, Lucio! Speriamo che questa nuova percezione sia durevole.

Il Meeting non è mai stato prevalentemente un evento dedicato alla politica. La sua ricchezza culturale e umana ha sempre sorpassato l' interesse politico nella percezione di chi lo frequenta.

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©2020 di Lucio Brunelli

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