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  • luciobrunelli

Alfredo. L'ultimo "urtista" di San Pietro

Aggiornamento: 11 giu


Un mestiere antico, da due secoli riservato agli ebrei romani per concessione pontificia e da allora tramandato di famiglia in famiglia. Li chiamavano "urtisti" perché con la loro cassetta di oggettini religiosi urtavano gentilmente i turisti per attirarne l'attenzione. Una storia sconosciuta ai più, di cui il mio amico Alfredo Chiarelli è uno degli ultimi testimoni...



Nessuno come lui conosce tutti i segreti di piazza san Pietro. Perché Alfredo da quarant’anni in quella piazza ci vive, dalla mattina alla sera, che piova o tiri vento, boccheggiando sotto il sole d’agosto o battendo i denti quando il freddo invernale gela l’acqua delle fontane, lì sotto le finestre del Papa. Ogni giorno gli passano davanti migliaia di turisti e pellegrini di cui nessuno, meglio di lui, conosce gli umori e le preferenze. Perché Alfredo Chiarelli, “romano, anzi de più, trasteverino” (precisa con grande vanto), è uno degli ultimi venditori ambulanti autorizzati a esercitare il proprio innocente commercio all’interno del colonnato del Bernini, quindi in territorio vaticano.

Privilegio raro, concesso un paio di secoli fa in esclusiva agli ebrei romani, con tanto di bolla pontificia. Accordato in apparente spirito di magnanimità e tolleranza, quasi che i successori dell'apostolo Pietro, a un certo punto, avessero voluto farsi perdonare le troppe penitenze inflitte ai ‘ fratelli maggiori’ nei secoli passati, quando gli ebrei erano costretti a vivere tra le mura del Ghetto, vicino all'isola Tiberina; obbligati ogni sabato ad ascoltare le prediche che li invitavano alla ‘conversione’ ed erano esclusi da ogni impiego negli uffici pubblici.

Alfredo in realtà non è ebreo ma è parte di questa singolarissima storia perché la licenza di venditore ambulante a san Pietro si tramanda di famiglia in famiglia e lui l’ha ricevuta dalla famiglia della moglie, la cui nonna era ebrea. “Siamo rimasti solo in quattro a fare questo mestiere, oggi” dice scuotendo il capo “quando ho iniziato io, quasi mezzo secolo fa, eravamo in venticinque”.

Lavorando da giornalista come corrispondente dal Vaticano avevo incrociato tante volte Alfredo in piazza san Pietro, ma lo scoprii come straordinario personaggio solo in occasione di un documentario che stavo realizzando per il tg2dossier nell’anno 2012. Cercavo voci non ufficiali, per cogliere l’aspetto umano di Benedetto XVI, e mi venne in mente di inserire fra i possibili intervistati anche qualcuno degli ambulanti storici che vendono rosari e medagliette dei papi all’ombra del Cupolone. Alfredo si rivelò non solo simpaticissimo ma anche un testimone per nulla banale. Raccontò davanti alla telecamera (l’operatore era Franco Trifoni) di come il cardinale Joseph Ratzinger, prima di diventare papa, si fermasse ogni giorno a salutarlo - “Buon giorno! Buon giorno! ci diceva” - mentre dalla sua abitazione in piazza della Città Leonina si recava a piedi nel palazzo del Sant’Uffizio, attraversando tutta piazza san Pietro. “Era sempre gentile – disse Alfredo nell'intervista – può apparire distaccato e aristocratico a chi non lo conosce ma in realtà è solo un grande timido”. Sentimmo anche altri ambulanti ‘autorizzati’ i quali con meno eleganza di Alfredo si lamentavano di Benedetto XVI per le scarse vendite rispetto al commercio boom sotto il pontificato Wojtyla. Ma da Alfredo uscirono solo parole garbate e un ritratto meno stereotipato di Ratzinger. Il documentario andò in onda un mese prima delle dimissioni del papa tedesco e contribuì alla popolarità di Alfredo all’interno delle mura vaticane.


“A Lù, sapessi quanti cardinali m’hanno fatto i complimenti per l’intervista” mi diceva tutto contento ogni volta che con la troupe attraversavo il confine tra stato italiano e città del vaticano passando accanto alla sua bancarella.

Da lui ho appreso sempre più dettagli sulla curiosa e sconosciuta storia dei venditori ebrei autorizzati dai papi. “All’inizio ci chiamavano urtisti perché gli ambulanti urtavano con delicatezza i turisti, attirando così la loro attenzione”. Un altro antico appellativo era peromanti, derivante dall’espressione romanesca: “de annà pe’ Roma”, forse perché il venditore ambulante di souvenir, in origine, era uno dei pochi lavori permessi agli ebrei fuori dai confini del ghetto. Per lungo tempo non fu consentito agli ambulanti di poggiare per terra lo schifetto (la cassetta con gli oggettini in vendita) pena una multa per “occupazione di suolo pubblico”. I venditori dovevano muoversi dunque con la cassetta appesa al collo tramite una cinghia di tela. Per evitare la fatica eccessiva gli 'urtisti' si dotarono di uno speciale bastone che serviva a sorreggere la cassetta, evitando che toccasse il selciato.

Sotto il fascismo fu dura per gli ebrei, gli ‘urtisti’ furono tollerati ma dovevano portare un berretto con l’acronimo SFVA, sindacato fascista venditori ambulanti. Ma scoppiata la guerra alcuni di loro finirono nei lager nazisti e pochi ebbero la possibilità di raccontare quell'orrore.



Dopo la liberazione, tenendo conto anche delle sofferenze patite dagli ebrei, furono ampliate le possibilità di vendita. Il grande boom fu negli anni Sessanta con l’arrivo dei turisti americani ai quali nei decenni successivi si aggiunsero quelli giapponesi, coreani, cinesi. Un passato che oggi appare alquanto remoto. Il proliferare di negozi di articoli religiosi e l’invasione degli ambulanti abusivi attorno a san Pietro sta rendendo problematico il lavoro degli 'urtisti'. Man mano che i colleghi più anziani lasciano, Alfredo resta più solo a presidiare la piazza disegnata dal Bernini. “E’ un vero peccato” dice “perché noi siamo anche i primi guardiani di San Pietro. Collaboriamo con le forze d’ordine, viviamo insieme con loro, siamo diventati amici e ci aiutiamo come possiamo”.

Alfredo è un’istituzione e come tale è rispettato anche dagli agenti dell’ispettorato di pubblica sicurezza di Borgo Pio, a cui è delegato il compito della vigilanza a san Pietro in accordo con la gendarmeria vaticana. Ricordo una domenica di qualche anno fa, quando l’Europa era sconvolta dagli attacchi terroristici e sembrava inevitabile che anche in Vaticano prima o poi succedesse il peggio. Le misure di sicurezza erano diventate stringenti fino al parossismo ed entrare in piazza san Pietro per ascoltare l’angelus del Papa era un’impresa. Avevo portato Anna ma avevo dimenticato il tesserino da giornalista, rimasi ingolfato nei controlli ed ero ormai rassegnato a perdermi l'Angelus; ad un certo punto mi sento chiamare da una voce oltre le transenne: “Lucio ma che stai a fa lì?!” Era Alfredo. Gli spiegai che ero rimasto bloccato nelle file lentissime, non avevo appresso la tessera professionale e l’accredito vaticano per entrare, pazienza restavo fuori. Mancavano pochi minuti a mezzogiorno. “Ma che stai a scherzà! Ce penso io”. Lo vedo parlottare con gli agenti e in un attimo un varco si apre tra le transenne, come il mar Rosso si aprì a Mosè. “Dai entra, che tra poco er papa s’affaccia” mi accolse, sorridendo, con un abbraccio dei suoi.

Una volta anche il cardinale Jorge Mario Bergoglio rimase imbottigliato nel traffico dei turisti dentro le transenne di san Pietro e anche lui ricorse, senza saperlo, alla generosa intraprendenza di Alfredo.

Un episodio che l’urtista trasteverino mi ha raccontato così: “Eravamo alla vigilia del conclave che elesse papa Francesco, marzo 2013, io ero al mio solito posto nella piazza, con la bancarella, vicino al varco d’accesso. La piazza era piena di gente, si era appena conclusa una delle riunioni dei cardinali preparatorie del Conclave. Vidi arrivare un prelato che indossava l’abito normale del sacerdote, senza le insegne cardinalizie; aveva attraversato tutta la piazza a piedi ma non riusciva ad uscire, perché c’era tanto flusso. Si era fermato, per soffiarsi il naso. Io lo vedo, vado a togliere una transenna e gli indico il passaggio; ‘passi di qua, padre’, gli dico. Lui mi guarda, mi dice ‘grazie!’ e passa attraverso quel varco, verso via della Conciliazione. C’era un poliziotto italiano lì vicino. Li conosco tutti perché sono quarant’anni che lavoro qui. Gli chiedo: ‘ma secondo te questo può diventà Papa?’ E lui risponde ‘ma Alfrè, questo è argentino…’ ". Come dire: ti pare che fanno Papa un sudamericano?



Qualche giorno dopo, il 13 marzo, arrivò la fumata bianca. Alfredo era davanti alla tv, a casa, perché s’era fatto buio ed erano ormai le 19,30. "Mia moglie mi dice: ‘Alfrè pensa se fanno Papa uno che conosci! Me porti in udienza da lui, ci andiamo da soli, io e te!”. In effetti conosco molto cardinali, qualcuno si ferma pure a chiacchierare con me, abbiamo un po’ di confidenza, poteva anche succedere… Poi danno l’annuncio, dal balcone della basilica: habemus papam! E sento quel nome, che però non mi diceva niente, Giorgio Mario Bergoglio… Boh. Poi passa ancora una mezz’oretta, il nuovo Papa s’affaccia alla Loggia delle benedizioni e come la sua faccia riempie lo schermo del mio televisore lo riconosco: ‘ma è l’argentino che ho fatto uscì da san Pietro!’ grido a mia moglie. Lei all’inizio non mi prese sul serio: ‘Ma va’ Alfrè, c’hai sempre voglia di scherzà Invece era proprio lui, Bergoglio! E alla fine pure mia moglie si convinse che non stavo a scherzà”.

Il Vaticano che scorre davanti agli occhi di Alfredo tutti i giorni non è così orribile come lo immaginiamo noi. “Conosco cardinali di una bontà speciale” giura. Di "don Matteo", l'attuale presidente della Cei, cardinale Matteo Zuppi, Alfredo divenne amico in tempi non sospetti, quando l'attuale porporato era vice parroco a Trastevere.



Più che altro nel clero, specialmente quello altolocato, Alfredo vede tanta solitudine. “Ho l’impressione che molti di loro siano molto soli, sentono che la loro immagine nei media è pessima, ma sanno che alle nostre bancarelle troveranno sempre un saluto cordiale, una battuta, un po’ di buonumore”.

Ne ha viste di tutti i colori, Alfredo, negli ultimi anni. Cose che mai si sarebbe aspettato di dover vedere. Le dimissioni di un Papa, ad esempio: “noi a Roma dicevamo: morto un papa se ne fa un altro, ma invece ne hanno fatto un altro, nuovo, mentre il papa precedente era ancora vivo!”. E poi la pandemia. “Mai avevo visto la basilica di san Pietro con le porte sprangate per così tanti giorni… non era mai successo nella storia. E la piazza deserta, senza nemmeno un turista, nun ce se poteva crede!”.

L’arrivo di papa Francesco fece felici gli ultimi 'urtisti' di san Pietro, perché le vendite di souvenir religiosi cominciarono a risalire grazie alla simpatia popolare per il nuovo papa.



“Lui è bravo ma – sostiene Alfredo - non lo so quanti lo seguono davvero qui”. Ha visto anche cambiare Roma, in questi 40 anni, tante cose lo fanno soffrire, soprattutto la sporcizia e l’illegalità tollerate, entrambe, anche attorno a san Pietro… “Ma io Roma l’amo - dice Alfredo - so’ trasteverino e questa città l’amerò per sempre, anche con tutti i suoi difetti”.
















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