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  • luciobrunelli

Il Papa in Iraq e gli inviati di guerra

Aggiornato il: mar 10

I racconti più obiettivi e coinvolgenti del viaggio del papa in Iraq sono venuti dagli inviati di guerra. Più dei resoconti “religiosi” o “vaticanistici” le parole e persino i volti che più mi restano dentro di questi tre giorni di Francesco nella terra solcata dai fiumi dell’Eden sono quelli dei giornalisti che in Iraq avevano già viaggiato; avevano visto cose, con i propri occhi, cose tremende e cose mirabili, avevano raccolto pensieri e lasciato emozioni che solo tu che sei stato lì, forse, puoi vedere e sentire.

Lorenzo Cremonesi a Mosul, Qaraqosh, Erbil è tornato dopo aver rischiato la vita, negli anni passati, documentando per il Corriere della Sera la barbarie dell’Isis e la cacciata dei cristiani dalle loro case. Ha ritrovato persone che aveva conosciuto, situazioni vissute. E allora il suo sguardo non poteva essere lo stesso sguardo, salottiero, di chi a Roma o a New York faceva la predica al papa perché sembrava ignorasse il rischio della pandemia e di possibili attentati. Ecco come Cremonesi racconta sul Corriere dell’8 marzo il passaggio del Papa fra le rovine di case e chiese distrutte: “Ieri la sua tappa è stata il pellegrinaggio del dolore: Mosul, l'ex capitale del Califfato; Qaraqosh, uno dei villaggi devastati; Erbil, la città curda rifugio dei cristiani in fuga. ‘Ci siamo salvati per il rotto della cuffia. La sera dell'8 agosto 2014 i militari curdi hanno abbandonato le prime linee senza avvisarci. L'Isis aveva sfondato. Uno dei soldati cristiani passò a dirci trafelato che avevamo meno di due ore di tempo. Dopodiché Qaraqosh sarebbe stata catturata dai tagliagole’, ricorda Rafet Daho, 58enne venditore di spezie, che due anni fa è tornato trovando la sua abitazione completamente saccheggiata e bruciata. La sua è la storia di tutti: centinaia di migliaia di famiglie hanno dovuto fuggire, terrorizzate da un'orda di fanatici decisi a derubarli e persino ucciderli in nome di Allah. In questa luce, le parole di Francesco ricordano molto da vicino quelle «lettere» degli Apostoli alle comunità dei «confratelli perseguitati» che tanto fortemente segnarono i primi anni della storia della Chiesa. Di fronte a vicende così drammatiche passano in secondo piano le preoccupazioni di chi in Occidente mette in guardia contro il rischio pandemia o di attentati. In oltre due settimane non abbiamo trovato una sola critica, o anche solo velata preoccupazione, in questo senso tra i cristiani locali. Tutto il contrario. ‘Grazie Papa, grazie Francesco per il tuo coraggio, per la generosità e per l'attenzione dedicata alle nostre comunità che soffrono’, cantano in ringraziamento”.

Alberto Negri – già inviato de Il Sole24 ore e collaboratore de Il Manifesto, ha perso il conto dei suoi viaggi in Iraq, negli ultimi 40 anni. Quando vedi il male in azione, il peggio che c’è nella umana natura, guerre, morte, bugie, settarismo, non ti viene facile credere a chi predica il bene, pensare possibile un vero cambiamento, entusiasmarti addirittura. L’ho conosco bene, Alberto, lo volli come collaboratore di Tv2000, quando ne fui direttore dell’informazione, ne apprezzavo la penna e la libertà. Per questo mi ha emozionato la passione con cui lui, che forse non si definirebbe un cattolico fervente e nemmeno uno stinco di santo, ha commentato da Roma l’incontro di Francesco con l’ayatollah Ali Sistani. Ha scritto su Il Manifesto del 7 marzo: “Questa volta si sono dette cose completamente diverse da quelle che abbiamo dolorosamente conosciuto dell’Iraq. Nei cartelloni di benvenuto al papa lungo la strada maestra di Najaf campeggiava la scritta ‘Voi siete parte di noi e noi siamo parte di voi’, con sotto raffigurati i volti di Bergoglio e di Alì Sistani. In una stanza spoglia, con due divanetti, un tavolino, una scatola di fazzoletti appoggiata e un vecchio condizionatore sulla parete intonacata, il papa e Sistani si sono guardati negli occhi. Nessuno dei capi occidentali lo aveva mai incontrato in questi decenni”. E ancora: “In poche ore Bergoglio in Medio Oriente sta facendo più di chiunque altro in un secolo di guerre e massacri, di falsi accordi e di pacificazioni effimere. Cosa sono la politica e la diplomazia? Eccole, nel segno di Abramo, e le porta un uomo testardo vestito di bianco. Cos’è il coraggio di cambiare il mondo? È quello di Bergoglio che in direzione ostinata e contraria, quando tutti lo sconsigliavano dall’andare in Iraq, ha sfidato i consigli più ipocriti, degli americani e dei venditori di morte occidentali... Il papa ha ringraziato Sistani perché, assieme alla comunità sciita, di fronte alla violenza ha levato la sua voce in difesa dei perseguitati. Sistani ha affermato che le autorità religiose hanno un ruolo nella protezione dei cristiani iracheni che dovrebbero vivere in pace e godere degli stessi diritti degli altri iracheni. Un passo importante per il dialogo interreligioso ma soprattutto per la pacificazione tra tutte le componenti della società irachena, dalla maggioranza sciita irachena (60%) ai sunniti (35%), dai cristiani agli yazidi, dagli arabi ai curdi”

Domenico Quirico, inviato de La Stampa, nei buchi neri del Medio Oriente è stato inghiottito più volte e l’ultima volta s’è temuto che non ne uscisse più. Anche lui era in Iraq nel 2014, quando i tagliagole dell’Isis conquistavano Mosul e i cristiani furono costretti in poche ore a lasciare i loro villaggi. Oltre che sul suo giornale, ha commentato il viaggio del Papa a Tv2000, domenica mattina, mentre da Qaraqosh giungevano in diretta immagini di macerie e immagini di cristiani in festa. Mi ha impressionato la sua profondità, una lettura che andava oltre la dimensione geopolitica, senza perdere per questo concretezza, anzi. Il conduttore Gennaro Ferrara gli chiedeva cosa gli comunicassero quelle immagini. E lui: “Con poca umiltà sette anni fa scrissi dall’Iraq che quello era l’unico posto al mondo dove il Papa doveva essere in quel momento… Oggi la sua presenza con i cristiani rimasti – e sono una parte minima di quelli che c’erano prima della guerra dell’Isis - è il segno del ritorno di Dio, ma un ritorno fisico, se così si può dire. Lui è lì, e per i cristiani che sono scappati questo è un segno straordinario, gigantesco, un miracolo, direi con questo termine, miracolo, che oggi non si usa più. In una terra dove l’inferno sembrava aver possesso della storia e si toccava con mano l’assenza di speranza… il viaggio del papa è stato il segno fisico del ritorno di Dio. Più che gli effetti geopolitici, di fronte ai quali sarei prudente, nella visita del papa ho visto questo segno”. Quirico non crede che le cose cambieranno magicamente dopo il viaggio del Papa; non è un mago Francesco, è il successore di San Pietro. Quando gli chiedono su cosa possa fondarsi allora una sensata speranza per il futuro dei popoli dell’antica Mesopotamia, Quirico risponde così: “La speranza, l’unica speranza per quelle terre è vedere in atto un’altra logica, rispetto alla logica dell’odio, della vendetta, della violenza settaria... e nei cristiani iracheni, cristiani perseguitati, abbiamo visto affermarsi un’altra logica di vita: i cristiani sono quelli che hanno subìto il male, hanno accettato anche il martirio, senza reagire, senza impugnare le armi, nessuno ha impugnato le armi.. ecco, un altro mondo… questa è una speranza concreta, per tutti e non solo per i cristiani”.

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