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  • luciobrunelli

Il Papa buono, Dino Buzzati e la Madonna della "povera gente"

Sessanta anni fa, il 4 ottobre 1962, alla vigilia del Concilio, Giovanni XXIII prese il treno e si recò pellegrino a Loreto. Per la prima volta dopo la ferita del Risorgimento un papa lasciava il Vaticano per un viaggio lontano da Roma. Fra gli inviati del Corriere della Sera c'era lo scrittore Dino Buzzati che si interrogò sul perchè il Papa buono avesse scelto proprio Loreto per il suo pellegrinaggio mariano: "mancavano forse belle Madonne, sontuose e barocche, in Vaticano?"



«Madonna di Loreto, io vi amo tanto, e prometto di mantenermi fedele a voi e buon figliolo seminarista. Ma qui non mi vedrete più!». Aveva 19 anni, Angelo Roncalli, giovane seminarista, figlio di contadini bergamaschi. E chissà quanto orribili alle sue orecchie dovettero suonare le parole di scherno verso la religione udite nella piazza di Loreto, se nel suo animo esplose l’indignato proponimento: “Madonna di Loreto… Non mi vedrete più”. Correva l’anno 1900, iniziava il “secolo breve” che avrebbe inflitto all’umanità il flagello di due guerre mondiali. Il giovane seminarista era stato a Roma per il grande Giubileo indetto da Leone XIII e prima di tornare a Bergamo aveva fatto sosta nel santuario che custodisce la Santa Casa di Nazareth. Dopo la preghiera, nel piazzale antistante la basilica, avvenne il “fattaccio”. Non conosciamo i dettagli, lui più tardi accennò a un clima “canzonatorio” verso la religione che prese forma nel “chiacchiericcio della piazza”; sappiamo solo che quel giorno era il 20 settembre, anniversario della Breccia di Porta Pia e quindi della fine del potere temporale dei papi: è ben possibile che alcuni gruppi anticlericali, tradizionalmente molto attivi ad Ancona e nella sua provincia, abbiano sbeffeggiato il giovane aspirante sacerdote e altri che come lui indossavano la tonaca nera.

Mai dire mai. Quel giovane seminarista, 62 anni dopo, tornò a Loreto, da Papa. Fu proprio lui a confidare ai fedeli, con un sorriso bonario, il turbamento vissuto da ragazzo nella sua prima visita al santuario della Vergine nera. Turbamento dovuto a candore giovanile e in realtà presto superato, già prima di essere eletto al soglio di Pietro.

Il pellegrinaggio di Giovanni XXIII ebbe luogo il 4 ottobre 1962, ad appena una settimana dall’apertura del Concilio ecumenico Vaticano II. Toccò nella stessa giornata prima Loreto e poi Assisi. Ebbe come intenzione profonda l’affidamento a Maria e a san Francesco del buon esito del Concilio da cui il papa attendeva un ringiovanimento spirituale della Chiesa e una più credibile testimonianza di Cristo nel mondo contemporaneo.

Fu una visita storica: la madre di tutti i viaggi apostolici compiuti dai suoi successori negli ultimi 60 anni. Per la prima volta, dopo l’annessione di Roma allo stato italiano, un papa lasciava la città eterna. Al massimo Pio XI e Pio XII si erano spinti fino a Castelgandolfo, per riposare nelle ville pontificie. Oggi ci sembra un fatto usuale vedere un Successore dell’apostolo Pietro viaggiare in Italia e all’estero ma dobbiamo ricordare che le ferite del Risorgimento avevano indotto Pio IX a proclamarsi “prigioniero politico” in Vaticano. Dal 1870 fino al 1962 i papi non avevano mai superato i confini del Lazio e solo raramente quelli del Vaticano. L’ultimo pellegrinaggio lauretano era stato compiuto da Pio IX nel 1857, prima che le truppe sabaude conquistassero Roma manu militari; il papa marchigiano intendeva sciogliere un voto alla Madonna, alla quale attribuiva il ‘miracolo’ di essere rimasto illeso quando, durante una sua visita, crollò il solaio della canonica di Sant’Agnese fuori le mura, a Roma: come mezzo trasporto Pio IX ricorse ad una carrozza condotta dai migliori cavalli delle scuderie pontificie.


Così il viaggio di papa Giovanni a Loreto fu avvertito dai contemporanei come un grande avvenimento. Anche per le modalità con cui si realizzò. Lo stato italiano prestò al Vaticano l’elegantissimo treno presidenziale, fornito di otto carrozze. La stazione ferroviaria del piccolo stato pontificio fu riattivata per un giorno. Alle 6 e 30 del mattino il convoglio partiva, trainato da una storica locomotiva a vapore che sbuffava fumo a volontà e venne sostituita da un mezzo più moderno alla prima sosta del treno, nella stazione di Trastevere. Qui salirono a bordo ed omaggiarono Giovanni XXIII il primo ministro Amintore Fanfani e il ministro dei trasporti Bernardo Mattarella, padre dell’attuale presidente della repubblica. A questo link si possono vedere le straordinarie immagini del viaggio in un "cinegiornale speciale" delle Ferrovie italiane:

https://youtu.be/fXsmLg7j3Yo

Impressiona il buon umore del papa che saluta la gente, sporgendosi dal finestrino.



Ancora di più commuove l’accorrere di grandi folle alle stazioni che il treno attraversava durante il suo percorso, Orte, Foligno, Ancona… Curiosità, certo, di fronte ad un evento a cui nessuno aveva mai assistito ma anche una sentita devozione verso la figura del pontefice, sentimenti popolari di un'Italia in larga parte scomparsa. Non c’erano telefonini, nessuno era lì per farsi un selfie con lo sfondo di una manica bianca benedicente. Ma l’emozione traspare ancora su quei volti in bianco e nero, un po' sfuocati, che per un attimo restano impressi nella pellicola mentre il treno continua lento la sua corsa.



A Loreto Giovanni XXIII si trattenne poco più di tre ore. Pronunciò un breve discorso, incoronò la statua della Vergine, si raccolse in preghiera nella Santa Casa. Allo scrittore Dino Buzzati, inviato speciale del Corriere della Sera, parve di scorgere lacrime di commozione sul viso del papa. La cronaca della visita firmata da Buzzati resta negli annali del grande giornalismo. Non solo per la sua impareggiabile capacità di scrittura, anche per la profondità con cui entra nel cuore del pellegrinaggio mariano. Lo scrittore veneto si domanda perché il Papa abbia scelto proprio il santuario di Loreto per la sua prima “evasione” da Roma: “Forse che al Vaticano, a Roma, la Madonna manca? No, anche in Vaticano e a Roma la Madonna esiste, come esiste in ogni cattedrale o sperduto angolino dell’orbe cattolico. Però quella del Vaticano è una Madonna importante e ufficiale, sontuosa Madonna barocca, dinanzi a cui ci si inginocchia, ma che non parla ai nostri cuori. È invece qui a Loreto l’esemplare più felice e perfetto, la vera Madonna del popolo italiano, seconda incarnazione della mamma, dolce e caro personaggio delle nostre infanzie”.

L'impatto popolare della visita del Papa buono fu enorme, le cartoline ricordo andarono a ruba e finirono in milioni di famiglie italiane.



Il momento più espressivo del pellegrinaggio, per Buzzati, è quando Giovanni XXIII entra nella Santa Casa. Vale la pena di rileggerlo per intero questo brano dell’articolo, che campeggia sulla prima pagina del Corriere il 5 ottobre 1962: “Proprio l’atto di varcare la angusta porticina ha forse sintetizzato simbolicamente il significato del viaggio. Perché fuori la Santa Casa è tutta uno splendore di marmi preziosi con colonne, nicchie, bassorilievi e statue, un concentramento di capolavori segnati con tre asterischi sulle guide turistiche; insomma assomiglia un poco al trionfale fasto di Roma. Mentre all’interno la Santa Casa è tutta scarna nudità e mistero. All’interno c’è la fede ingenua e irresistibile della povera gente. Dentro si respira un’antichità vertiginosa, un cumulo secolare di umilissime preghiere, di suppliche, di segni della croce, di voti, di pentimenti e di promesse, si avverte l’invisibile presenza di generazioni e generazioni”.


(Questo articolo è stato scritto per "Il Messaggio", rivista ufficiale della Santa Casa di Loreto)

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