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  • luciobrunelli

Il diavolo, probabilmente

Aggiornamento: 5 apr


C’è come una regia malvagia che, in modo lucido e sistematico, spinge giorno dopo giorno gli eventi ucraini sull’orlo di un precipizio globale. Un piano inclinato su cui sembrano scivolare giù, come sospinti da una forza inarrestabile, tutti i residuali tentativi di negoziato e con essi ogni speranza di pace a breve termine. Forza inarrestabile da noi, persone comuni, che assistiamo impotenti, come di fronte a un fato crudele, al susseguirsi di notizie che irrompono nelle nostre case e accrescono la nostra ansia.

Viene da pensare a come i nostri genitori e i nostri nonni (di noi che non siamo più giovani) abbiano seguito gli eventi che precedettero le due guerre mondiali del ‘900. Con quali informazioni - non c’era internet, non c’era la tv - e con quale percezione. Se anche loro come noi sentirono che una tragedia immane stava preparandosi, come un rotolare fatale di eventi la cui corsa nessuno riusciva più a fermare.

Il Diavolo, probabilmente. Era il titolo di un film di Robert Bresson che mi è tornato mille volte in mente, in questi giorni. Perché il male esiste, opera da sempre in ogni individuo, in ciascuno di noi ma a volte è come se prendesse le sembianze di una forza oscura, organizzata, lucida, che si impossessa di brani di storia, muovendo personaggi, decisioni, eserciti. Come comparse nelle sue mani. In una sequenza di orrori che toglie il fiato. C’era una questione seria in Ucraina orientale, le comunità russofone discriminate. Poteva e doveva essere risolta, con il concorso della comunità internazionale esigendo il rispetto dei diritti già riconosciuti anche da Kiev negli accordi di Minsk 2. C’era il timore di una Russia che si sentiva accerchiata dalla Nato, e anche tale questione, stimando la pace il bene più grande, poteva forse essere risolta, con uno statuto di neutralità garantita. Poi ecco l’impulso arrogante e scellerato del nuovo zar, Putin, l'annuncio di una guerra che pochi ritenevano pensabile tanto era gravido di brutti presagi: l’invasione militare dell’Ucraina, le bombe, migliaia di giovani russi mandati a uccidere e a morire, milioni di profughi... Ogni ipotetica ragione lasciava il posto a un torto, inescusabile. Follia. Poi, dopo le prime settimane di combattimenti, ecco la ripresa di un filo di dialogo, le delegazioni che si incontrano e mettono pure per iscritto alcuni punti di intesa. Spiragli, compromessi imperfetti ma accettabili, forse, per evitare il peggio: cioè altri morti, altre atrocità, perché la guerra è così, libera la belva che è in noi, e in guerra non si muore nel proprio letto ma sotto le bombe: la guerra è un moltiplicatore di male, prigionieri torturati, esecuzioni sommarie di presunti sabotatori e collaborazionisti, civili innocenti massacrati: sono il portato di ogni guerra, dagli albori dell’umanità fino al conflitto in Bosnia passando per i due tremendi conflitti mondiali. In barba a ogni convenzione umanitaria, sempre. Così a ogni spiraglio negoziale che si apriva corrispondeva un qualche evento che affossava le trattative. Dopo ogni spiraglio una spirale di nuove malvagità. Biden e la Casa Bianca, bisogna dirlo, non hanno mosso un dito per riportare al centro la diplomazia e favorire una soluzione meno cruenta; anzi, sembravano (Dio mi perdoni per questo cattivo pensiero) compiacersi del fallimento dei negoziati. Con quale fine: fare dell’Ucraina il Vietnam russo? Indebolire con un colpo solo l’ex Unione sovietica e l’attuale Unione europea? L’escalation sotto gli occhi di tutti. Dalla fornitura di equipaggiamenti militari all’invio di carri armati, dalle sanzioni contro gli oligarchi amici di Putin all’auspicato stop agli acquisti europei del gas russo. Un crescendo che si fermerà dove e quando? Diventerà normale anche ipotizzare un conflitto nucleare? Nel contempo un’informazione che sembra puntare sempre più a eccitare gli animi, a mobilitare emotivamente l’opinione pubblica, prepararla allo step successivo, piuttosto che a raccontare e spiegare tutte le sfaccettature della realtà.

Il diavolo, probabilmente. Principe della menzogna. E della divisione. Questa guerra sta provocando una dolorosa implosione del mondo cristiano ortodosso. I preti russi e i preti ucraini benedicono le truppe dei rispettivi paesi. Se Putin cita senza vergogna il Vangelo per giustificare l’invasione in Ucraina spuntano come funghi poster con immagini di soldati armati, infarcite di citazioni di salmi. Nell’ex granaio sovietico si era già consumato, prima che scoppiasse la guerra, il primo grave scisma infra-ortodosso. La decisione del Patriarca di Costantinopoli di riconoscere l’autocefalia della Chiesa ortodossa ucraina aveva portato a uno strappo violento con il Patriarca di Mosca, proprio alla vigilia del primo importante Sinodo pan-ortodosso della storia moderna, celebrato a Creta nel 2016 (che infatti fu un fallimento). Un’ortodossia così lacerata, oggi ancora più divisa dal furore nazionalista della guerra, diventa un macigno nel cammino verso quella piena comunione con Roma che fu il grande sogno del Concilio ecumenico Vaticano II e degli ultimi Papi. Oggi ci vuole la carità e la pazienza di Francesco per aiutare un dialogo in cui, paradossalmente, il Papa diventa il primo cucitore delle ferite interne alla stessa Chiesa d’oriente.

Macerie spirituali accanto alle macerie materiali di una guerra che non a caso Francesco definisce “sacrilega”. Chissà se da questa catastrofe ecumenica potrà nascere, in futuro, qualche bene. Alcune tra le menti migliori del mondo ortodosso già si interrogavano su quale perdita è stata, storicamente, la mancanza di un punto di unità sovranazionale, più libero da condizionamenti etnici e asservimenti politici, quale fu (nel bene e nel male) nel primo millennio quella Chiesa di Roma chiamata a ‘presiedere nella carità’ l’intera Chiesa universale. Chissà. Oggi a prevalere non sono certo le previsioni ottimistiche ma una “violenza diabolica” di fronte alla quale il vescovo di Roma, fin dall’inizio del conflitto, invita a impugnare le “armi di Dio”: la preghiera, il digiuno, l’affidamento a Maria. Non come fuga religiosa per non vedere tutta la ferocia degli uomini e certamente non rinunciando fino all’ultimo allo strumento prezioso della diplomazia. Ma forse proprio perché dietro la malvagità degli uomini (“Dio abbia pietà di noi, tutti siamo colpevoli”) vede in azione un Male che attraversa e sembra quasi sovrastare gli eventi tenebrosi di cui siamo purtroppo testimoni. E che solo il Principe della Pace può sconfiggere e rigettare negli inferi. Come nell’affresco della cattedrale di Anagni dove un Cristo a cavallo, con il suo arco, scocca la freccia che colpirà uno dei Cavalieri dell’apocalisse, quello che porta nel mondo la sciagura della guerra.





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