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"Caro Friedrich...". Così Agostino parlò a Nietzsche

23 minuti fa
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Un dialogo frutto di fantasia, ovviamente, ma verosimile e avvincente quello che Giorgio Cavalli immagina fra il filosofo della "morte di Dio" e l'autore de "Le Confessioni" nel libro Cristo e Dioniso.

Una mia recensione uscita sull'Osservatore romano del 19 settembre.



Immaginiamoci la scena. Una casa di montagna, interni in legno e arredo rustico di fine Ottocento, dalla finestra nell’oscurità s‘intravede il lago svizzero di Silvaplana; seduto al tavolo il filosofo della “morte di Dio”, Friedrich Nietzsche, sorseggia del vino quando, trafelato, compare nella stanza Agostino, sì il santo di Ippona: «Non è stato facile trovarti qui, sai, con questo tempo da lupi!». È l’incipit di un dialogo appassionato, immaginario certo ma verosimile nei contenuti, fra Nietzsche e Agostino raccontato in forma teatrale da Giorgio Cavalli nel libro Cristo e Dioniso, edito da Cantagalli. Ma cosa possono avere in comune due pensatori così lontani, non solo nel tempo? E su cosa possono basare un dialogo o addirittura un’amicizia? «Hanno entrambi in comune - premette l’Autore - il fuoco sempre vivo di una domanda bruciante di significato per la vita». Ecco dunque un Agostino che ascolta con umana empatia le obiezioni di Nietzsche spinte fino alla bestemmia, «prima di offrire fraternamente al suo interlocutore un altro possibile punto di vista, quello di una ragione non nemica della fede, di un Cielo non opposto ma amico della terra, del Dio-Cristo incarnato insomma, con cui stare dinanzi al medesimo grido».


È un dialogo fraterno e schietto. Riguarda le idee ma coinvolge la vita. Come quando, interrogato sull’ostinato rifiuto della figura del Padre, Nietzsche si trova a confidare il dolore per la perdita, a solo quattro anni, del suo amatissimo genitore, un pastore luterano che soffriva di una grave forma di malattia cerebrale. E Agostino, a sua volta, comprensivo, racconta di aver perso anche lui il padre a diciassette anni.  Domande e risposte non frutto di sola fantasia ma basate sullo studio accurato degli scritti dei due personaggi e delle loro biografie.



Nietzsche alterna toni amichevoli e affondi sarcastici, violenti: «non tollero un Dio che s’immischi con l’uomo!  Agostino! Ecco la bestemmia: che Dio si faccia uomo, questa è la bestemmia!». Il rifiuto dell’incarnazione. Ma la morte di Dio non apre le porte a un nichilismo felice. È una tragedia, per l’uomo. Uno dei dialoghi centrali riprende, alla lettera, lo scritto di Nietzshe (ne La gaia scienza) in cui l’uomo folle, con una lanterna in mano nonostante la giornata di sole, annuncia la scomparsa di Dio, fra le risate degli atei che popolano la piazza. Nietzsche si immedesima nel folle, consapevole delle conseguenze umanamente catastrofiche del suo annuncio. Non si identifica negli atei cinici e allegri che si fanno beffe di lui. La storia personale di Agostino, la sua antica inquietudine, lo porta a capire e a far affiorare in Nietzsche questo sentimento tragico, di non appagamento. Anche se il filosofo tedesco mai sembra arrendersi all’evidenza di un mistero più grande, un Tu a cui rivolgersi in ginocchio. Nel corpo a corpo con Agostino non manca qualche colpo basso. Nietzsche gli chiede conto, ad esempio, del silenzio sulla donna che ha amato per tanti anni e che gli dato un figlio: «perché mai non hai rivelato il nome di quella donna? Non è che dovevi nascondere qualcosa?». Agostino non perde la calma, non ha nulla da nascondere del suo passato: «Quella donna, sì, l’amai. Non puoi sapere quanto l’amai, Friedrich! L’amai di un amore sincero e per dieci anni io, libertino qual ero, le rimasi fedele. Quando mi fu strappata dagli obblighi della società, il mio cuore fu ferito, e quella ferita versò sangue. Da allora mai più osai pronunciare il suo nome, non potevo infangare quel nome che per lungo tempo ogni notte invocai».


Agostino si rende conto che non sarà mai una dialettica, per quanto intelligente, a convincere il suo amico filosofo, ormai tutto preso dalle profezie precristiane di Zaratustra e dalle danze ebbre di Dioniso. Può solo raccontargli della sua vita, com’era e come è diventata. In che modo quella ricerca inquieta ha trovato finalmente riposo, in Cristo. Gli racconta dell’incontro umanissimo con Ambrogio. «… quel giorno, lui parlava e guardava dentro la folla: d’un tratto, mi sembrò che guardasse solo me, che mi avesse scoperto, che conoscesse il mio segreto, le domande che portavo dentro. Il suo sguardo infuocato penetrò dentro ai miei occhi».  Ma Nietzsche ormai non ascolta più…: «Agostino, l’unica vera libertà dell’uomo: accettare la morte di Dio e sapersi reggere sotto un cielo ormai vuoto». Un volontarismo che onnubila la mente. L’ultima scena è ambientata in un ospedale psichiatrico, a Torino. Eppure, anche lì, Agostino gli è vicino…




 

 

 

 
 
 

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©2020 di Lucio Brunelli

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