Quando Wojtyla convocò tutte le religioni ad Assisi
Quarant'anni fa l'incontro di preghiera per la pace promosso da Giovanni Paolo II nella città di san Francesco. Le accuse dei tradizionalisti e i dubbi di Ratzinger. Ma il dialogo con i rappresentanti dell'Islam e delle altre religioni andò avanti.
Una mia ricostruzione apparsa su Avvenire il 7 ottobre.

Era il 25 gennaio 1986 quando Papa Wojtyla, nella basilica di san Paolo, annunciò di voler invitare i capi di tutte le religioni del mondo a una giornata di preghiera per la pace. Nello stesso giorno (25 gennaio) e nello stesso luogo, Giovanni XXIII nel 1959 aveva rivelato a sorpresa l’intenzione di convocare il Concilio ecumenico Vaticano II. Anche le reazioni all’annuncio di Giovanni Paolo II furono le stesse. Grande entusiasmo in molti semplici fedeli e anche in molti ambienti laici, affascinati dalla novità assoluta del gesto: un Successore di Pietro che radunava nella città di san Francesco i leader di tutte le religioni del pianeta. Ma anche, come quando il “Papa buono” annunciò il Concilio, malumori degli ambienti tradizionalisti e malcelata contrarietà perfino in alcuni settori della Curia romana. Marcel Lefebvre si stracciò le vesti parlando di gesto “blasfemo” perché, a suo dire, metteva sullo stesso piano tutte le religioni. Il vescovo ribelle scrisse una lettera di fuoco a sette cardinali di sensibilità tradizionale che avevano ricoperto importanti incarichi nella Curia romana, spronandoli a manifestare anche in pubblico le loro riserve al Papa. Il cardinale Silvio Oddi insorse contro quella che i media avevano ribattezzato l’«Onu delle religioni». Lo scisma lefebvriano che seguì appena due anni dopo, a Ecône, fu figlio anche del trauma teologico provocato nei tradizionalisti dall’inedito evento di Assisi.

Qualche dubbio lo coltivò anche il cardinale Joseph Ratzinger, un fedele collaboratore di Wojtyla. Ma naturalmente non lo espresse in pubblico. Solo nel 2016, nel libro Ultime conversazioni, pubblicato dopo la rinuncia al pontificato, a precisa domanda di Peter Seewald rispose confermando di non essere stato, inizialmente, «entusiasta». Soprattutto cercò di correggere quelle «interpretazioni errate» che leggevano il raduno di Assisi in una chiave relativista, come se tutte le religioni fossero interscambiabili e Gesù Cristo non fosse più riconosciuto come l’unico Salvatore del mondo. Ratzinger non fu presente il 27 ottobre di quarant’anni fa, ad Assisi. Ma partecipò alla seconda edizione dell’incontro interreligioso mondiale che Giovanni Paolo II promosse nella cittadina umbra, nel 2002.

In un articolo scritto su 30Giorni, difese l’iniziativa del Papa ed indicò la figura di san Francesco come uomo di pace e di dialogo: «capì che le crociate non erano la via giusta per difendere i diritti dei cristiani in Terra Santa, bensì bisognava prendere alla lettera il messaggio dell’imitazione del Crocifisso». Una sconfessione delle crociate, operata dal titolare dell’ex Sant’Uffizio.
In realtà fu lo stesso Wojtyla, cinque giorni prima del raduno, il 22 ottobre 1986, a fugare ogni malinteso dottrinale. «Ciò che avverrà ad Assisi - spiegò nell’Udienza generale - non sarà certo sincretismo religioso, ma sincero atteggiamento di preghiera a Dio nel rispetto vicendevole. Per questo - chiariva il papa polacco - è stata scelta per l’incontro di Assisi la formula: stare insieme per pregare. Non si può certo “pregare insieme”, cioè fare una preghiera comune, ma si può essere presenti quando gli altri pregano». Si trattò di un gesto profetico. Il muro di Berlino era ancora in piedi quando ad Assisi, il 27 ottobre, giunsero rappresentanti di tutte le confessioni cristiane, dall’Europa dell’Est e dell’Ovest. Sui giornali a far notizia, incutendo timori di una terza guerra mondiale, era il progetto di scudo spaziale portato avanti dall’America di Reagan. L’Unione sovietica barcollava ma la perestrojka di Gorbaciov non aveva ancora preso avvio.

La fiamma dello “spirito di Assisi” è restata viva in questi 40 anni grazie anche all’iniziativa della comunità di sant’Egidio che ha organizzato ogni anno incontri di preghiera per la pace. Un’esperienza di dialogo che ha trasformato in veri amici tanti uomini o donne di diverse fedi, che prima non si conoscevano e magari si guardavano con mutua diffidenza. Anche Benedetto XVI nel 2011, l’anno del crollo delle Torri gemelle, invitò leader religiosi e persone di buona volontà ad Assisi per chiedere a Dio di allontanare dal mondo lo spettro del terrorismo e uno scontro di civiltà. In una dichiarazione congiunta, firmata da esponenti islamici, le grandi religioni si impegnavano a non profanare il nome di Dio giustificando con motivazioni religiose atti di disumana violenza. Temi ripresi con forza dal papa che volle per sé il nome di Francesco.

Bergoglio dialogò con il grande imam di Al Azar e firmò con leader religiosi musulmani la Dichiarazione di Abu Dhabi che impegnava tutti a rispettare la libertà religiosa. Non è vero che il dialogo non porta mai alcun frutto. Nel 2019 Francesco fu il primo papa a poter celebrare una messa pubblica, all’aperto, davanti ad oltre centomila fedeli cattolici, negli Emirati, territorio della penisola arabica, culla dell’Islam. Ora, in un tempo nuovamente gravido di nubi oscure sul destino del mondo, la fiaccola del dialogo e della preghiera per la pace passa nelle mani sapienti di Leone XIV (Il 27 ottobre sarà ad Assisi).




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