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I papi, la pace, il realismo

  • 2 giorni fa
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La pace "disarmata e disarmante" di Leone XIV è oggetto di critiche. Non realistica, secondo Vito Mancuso. Certo, non sono le parole di un Papa che possono fermare una guerra. Eppure, se il Papa non pronunciasse oggi certe parole, chi le pronuncerebbe?

Una breve riflessione pubblicata su Il Sussidiario del 31 luglio.




Belle parole quelle del Papa sulla pace,  chi non desidera la pace in questo mondo… ma il mondo purtroppo non è abitato solo da buoni sentimenti e le armi, ahimè, sarà sempre necessario usarle. Ha la forza apparente dell’ovvio, l’obiezione che un certo “senso comune” muove non da oggi alla predicazione dei papi contro la guerra. Senso comune che a volte decade in cinismo da bar, altre volte si eleva a discorso impegnato ispirando politici smaliziati o teologi che si sentono più realisti del papa. Non scappa a queste critiche Leone XIV, che della sua pace “disarmata e disarmante” ha fatto un motto del pontificato (è anche il titolo di un recente libro della Lev che raccoglie i suoi scritti sul tema).

Come spesso accade, per ridicolizzare il proprio interlocutore è necessario farne prima una caricatura. Trasformare un papa, nel nostro caso, in un essere privo di senso pratico, fuori dal mondo, costretto dai doveri del suo ufficio a ripetere formule in cui lui stesso, forse, dismessi gli abiti pontificali, stenterebbe a credere. Trasformare la parola pace in un concetto astratto, nel migliore dei casi utopico, togliendogli la carne del giudizio storico; insomma, sfuocando le ragioni concrete per cui un Papa dice in un determinato momento un no chiaro alla guerra e al riarmo. Questa caricatura dei papi non è nuova.

L’abbiamo vista applicata tante volte negli ultimi cento e più anni. Quando Benedetto XV propose un realistico piano di pace per porre fine alla “inutile strage” della Grande Guerra, nel 1917, e fu messo in stato d’accusa dal Corriere della sera per scarso senso patriottico.



Quando Giovanni Paolo II ammonì Bush, Blair e Aznar a non destabilizzare ulteriormente il Medio Oriente con una guerra costruita su prove inventate, nel 2003, e fu dipinto come un “pacifista ingenuo” da influenti giornalisti e politologi. Come dimenticare.

Uno dei rilievi mossi a papa Leone, sul tema della pace e della guerra, è la mancanza di realismo, la sottovalutazione del male che muove gli individui e sempre, nella storia, li porta ad uccidere e a fare la guerra. Curioso questo richiamo fatto a un papa discepolo di sant’Agostino, perché il santo de Le Confessioni certamente non chiudeva gli occhi di fronte alla capacità di male insita nella natura umana. Paradossale che a fare questa critica sia un teologo, Vito Mancuso, che dichiara di non credere al dogma cattolico del peccato originale.


Credo che nessun papa moderno – da Benedetto XV a Leone XIV - sia stato così ingenuo da pensare di fermare una guerra, un aggressore, con le proprie disarmate parole. Eppure, qualcuno dovrà pur pronunciarle certe parole, davanti a Dio e davanti alla coscienza degli uomini, se nessun altro le pronuncia. Qualcuno dovrà dire che quello del 7 ottobre in Israele è stato un massacro bestiale, ma a Gaza poteva e doveva esserci risposta diversa da quella di una più immane, oscena, strage di innocenti. Qualcuno doveva dire “inaccettabile” la minaccia di Trump di annientare l’Iran, riportandolo all’età della pietra, a costo di inimicarsi il connazionale più potente del mondo. Qualcuno doveva dire che il principio della legittima difesa, anche a livello internazionale, va sempre tutelato ma che le spese odierne per il riarmo sono folli e la ricerca di un negoziato, paziente e realista, resta comunque la via più sensata da percorrere; se si vogliono evitare altre centinaia di migliaia di vittime. Sempre che alle vite umane, anche quelle di giovani chiamati alle armi, russi o ucraini, americani o iraniani, israeliani o palestinesi, sia ancora attribuito un valore.



Certo, la consapevolezza della Chiesa, nella lotta per pace, è diversa da quella di ogni altra istituzione o forza politica. I Papi, proprio perché non sottovalutano il male che s’annida in ogni persona, indicano nel  cuore di ogni essere umano e nelle relazioni più prossime, il primo luogo dove sperimentare l’inizio di una pace vera e di una fraternità concreta. Coscienti che dell’accadere di una Grazia, primariamente, si tratta: da domandare, come tale, in ginocchio, nella preghiera.  Uno sguardo diverso, umile, disarmato, appunto, che non debilita ma accresce la passione per la salvezza del mondo intero, oggi più che mai minacciato dal flagello della guerra.

 

 

 

 

 
 
 

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©2020 di Lucio Brunelli

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