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  • luciobrunelli

Elio Toaff

Aggiornamento: 1 feb

Fu una misteriosa leggenda riguardante la Menorah dell'antico Tempio di Gerusalemme a farmi incontrare la prima volta lo storico rabbino capo di Roma. Uomo schietto e aperto, mi raccontò di essere scampato ai campi di sterminio grazie all'amicizia di un santo prete...

La Menorah è un grande candelabro a sette bracci. Oggetto sacro e preziosissimo (34 chili d’oro massiccio) nel 71 dopo Cristo fu portato a Roma come trofeo di guerra dal generale Tito che aveva saccheggiato e poi raso al suolo il grande Tempio di Gerusalemme. Avvenimento immortalato in un bassorilievo marmoreo tutt’ora visibile nell’arco di Tito dove è raffigurato il grande candelabro portato a spalla, durante il corteo trionfale per celebrare nella capitale dell’impero le vittorie della guerra giudaica.

Da allora si perse ogni traccia della Menorah. Una leggenda circolata in Israele voleva che fosse finita nei sotterranei del Vaticano; un segreto che sarebbe stato custodito per oltre duemila anni, con la supposta complicità dei papi.

Non conoscevo questa leggenda e dunque fui molto incuriosito quando – era il 17 gennaio 1996 – il ministro degli affari religiosi di Israele Shimon Shetreet, in udienza da papa Wojtyla, chiese ufficialmente alla Santa Sede un’indagine approfondita su quel candelabro simbolo del dolore e dell’umiliazione degli ebrei. “Ci sono indizi” spiegò con tono perentorio “che si trovi in Vaticano”. Da pochi mesi ero stato assunto al Tg2. Mi sembrò una notizia, gustosa e interessante. La proposi al capo redattore, Claudio Pagliara, il quale preferì che ne parlassi direttamente con il direttore, Clemente J. Mimun, ebreo romano seppur non particolarmente praticante. A Mimun l’idea piacque, mi fece entrare nella sua stanza e fece una telefonata a Toaff, il “Professore”, come lo chiamava lui. Avevo proposto infatti di inserire un commento del rabbino nel tg delle 20.30. Eravamo tutti e due curiosi di conoscere il parere di Toaff su questa vicenda un po’ surreale che ora rischiava di assumere i contorni di un caso diplomatico tra Vaticano e Israele. Ricordo, come fosse ieri, la risata di Toaff che mi arrivò attraverso la cornetta del telefono del direttore. Con tutto il rispetto per il ministro Shetreet il rabbino rideva, di questa storia. Non una risata sarcastica o irriverente, perché lui amava Israele. Ma era così, persona libera, schietta, capace di sorridere delle cose e lui a quella storia non aveva mai creduto. Ci raccontò divertito che tra gli ebrei romani, da sempre, era diffusa invece un’altra leggenda. “Si racconta che la Menorah precipitò nel Tevere durante un saccheggio dei barbari, forse all’altezza del ponte Fabricio, sull’isola Tiberina; sparì tra i flutti e non fu mai più ritrovata”.



Leggenda antica, forse quanto la comunità ebraica della capitale, insediata a Roma ben prima della distruzione del Tempio di Gerusalemme e sopravvissuta a inaudite persecuzioni, fino ai nostri giorni. Una leggenda, però presa sul serio da qualche cardinale e persino da qualche papa. Nel 1725 il cardinale Polignac propose addirittura di deviare il corso del Tevere per meglio scandagliarne il letto alla ricerca della Menorah perduta. E Pio VII nel 1818 sostenne l’impresa della nave Medusa che ripescò marmi ed ermi nel fondo del fiume ma del candelabro sacro agli ebrei, neanche l’ombra.

Baffi, pizzetto e cappello nero, Toaff sembrava uscito da un libro di storia.

Livornese, figlio di un rabbino, guidava la comunità di Roma dal 1951. Adorava la città eterna e l’ironia tagliente toscana si era ben armonizzata con quella più bonaria e relativizzante dello spirito popolare romano. “All’Italia manca troppo il senso dell’ironia” diceva con quegli occhietti saettanti. Ma non era un burlone, era un saggio, uno che pregava, un uomo di Dio. Ebbi modo di intervistarlo varie volte. L’intervista più lunga e importante la realizzai nel 2000, raccontava la storia della sua amicizia con Giovanni Paolo II ed era stata pensata come parte del “coccodrillo” del Tg2 su papa Wojtyla, una testimonianza speciale da trasmettere in occasione della morte del pontefice polacco. Così avvenne infatti nel 2005.


L’intervista fu realizzata nell’ufficio del rabbino, nella Sinagoga di Roma e si svolse in un clima di cordialità. Ricordo il suo sguardo vispo, la battuta sempre pronta. Il racconto di Toaff muoveva dalla sera del 16 ottobre 1978. Confidò che quando apprese la nazionalità del nuovo pontefice ebbe qualche “funesto” timore perché non aveva notizie su Wojtyla ma considerava la Polonia e il clero polacco sensibili al virus dell’antisemitismo. Riconosceva adesso di essersi sbagliato “in pieno” perché il nuovo successore dell’apostolo Pietro mostrò una stima profonda verso il popolo ebraico. Il gesto più straordinario di amicizia fu la visita che il nuovo pontefice compì alla comunità ebraica di Roma il 13 aprile 1986: la prima volta, dai tempi di san Pietro, che un papa varcava la soglia di una sinagoga.

Nell’intervista Toaff rivelò che l’iniziativa era partita dal papa polacco il quale utilizzò come “ambasciatore” il monsignore argentino Jorge Mejia, conosciuto da Wojtyla a Roma negli anni del Concilio ecumenico Vaticano II. All’inizio il rabbino rimase disorientato, “il messaggio portato da monsignor Mejia, che il Papa voleva venire a trovarci nella Sinagoga, mi mise in imbarazzo”. Si trattava di un evento inimmaginabile per i suoi predecessori e Toaff non sapeva come poteva essere accolto dalla comunità ebraica internazionale; prima di dare una risposta al Papa, convocò una riunione telefonica con i maggiori rabbini europei, per sondare la loro opinione. “Con mio grande stupore - raccontò - furono tutti d’accordo, quella visita si doveva fare... E fu un evento grandioso”.

Ebbi numerosi altri incontri col rabbino capo di Roma. Mi diedero la possibilità di conoscerne meglio il carattere e la storia personale. Toaff era persona estroversa, simpatica, aperta ma sapeva anche essere severo, intransigente: quando doveva viaggiare in Europa evitava accuratamente ogni aereo che sorvolasse la Germania e confidava di non aver mai voluto stringere la mano a un tedesco. Tra me e me, ad ascoltare questi racconti, pensavo che proprio qui, forse, nella dimensione del perdono, stava la differenza tra cristianesimo ed ebraismo ma io non avevo visto le cose che avevano visto lui ed il suo popolo, e col tempo ho imparato a non giudicare; soprattutto a non sentirmi mai migliore, a priori, dei miei interlocutori.

Almeno in un paio di occasioni Toaff mi ha confidato di aver avuta salva la vita grazie a dei sacerdoti, al tempo della Seconda Guerra Mondiale. Il 16 febbraio 2001 andai a seguire la presentazione di un libro di Antonio Gaspari sugli ebrei salvati a Roma da suore o da religiosi cattolici durante l’occupazione nazista della capitale. Tra i relatori c’era anche il rabbino. Sedeva accanto al gesuita Peter Gumpel, postulatore della causa di beatificazione di Pio XII, papa a cui gli ebrei (Toaff compreso) imputavano troppi silenzi di fronte alla Shoà. Non notai alcun imbarazzo fra i due e alla fine il rabbino non rifiutò di stringergli la mano (sebbene Gumpel fosse tedesco!). Conclusa la presentazione feci una breve intervista a Toaff, gli domandai se avesse testimonianze o ricordi personali circa l’azione di salvataggio degli ebrei da parte della Chiesa. Mi raccontò di padre Bernardino Piccinelli, un religioso servita, parroco nella Chiesa del Sacro Cuore di Gesù ad Ancona negli anni in cui Toaff era rabbino nel capoluogo marchigiano, dal 1941 al 1943; un sacerdote che molti anni dopo divenne vescovo ausiliare nella diocesi di Ancona e di cui è in corso la causa di canonizzazione. Eccolo in questa vecchia foto.


«Era il 1943. Abitavo ad Ancona a 50 metri dalla Chiesa del Gesù – raccontò Toaff- e conoscevo don Bernardino con cui mi fermavo spesso a parlare, io ebreo e lui sacerdote, una stima reciproca. Il nostro rapporto era di amicizia e cordialità. Un giorno mentre tornavo a casa lo vidi che mi veniva incontro sbracciandosi, ‘vieni con me ché ci sono i nazisti che ti aspettano’ mi disse e mi nascose nella canonica finché i militi non se ne andarono. Mi salvò la vita, senza il suo aiuto sarei finito in un treno per Auschwitz. Quando finalmente potei rimettere piede in casa, vidi che i tedeschi l’avevano completamente svuotata. Avevano portato via tutto. Mobili, libri, valori. Non mi restava più niente». Non fu l’unico episodio che il rabbino confidò. Fuggito da Ancona, aveva trovato riparo con i suoi genitori, la moglie Lia e il figlioletto Ariel a Val di Castello, in Versilia.

Alcuni amici gli trovarono un buon rifugio nelle vecchie miniere. “Ma furono scoperti e verso la fine della guerra dovettero scappare ancora”. Elio Toaff si era unito ai partigiani, decise che per i familiari il posto migliore per nascondersi potesse essere La Culla, una piccola frazione di montagna. Scortati dai partigiani, dopo venti chilometri a piedi, raggiunsero la loro meta che era notte. “Se si salvarono dalla deportazione fu anche grazie all’aiuto del parroco, che aprì loro le porte della chiesa, consapevole dei rischi che correva nel nascondere degli ebrei, per giunta legati ai partigiani”. Il sacerdote si chiamava don Giuseppe Vangelisti. Il rabbino Toaff condivise con questo prete toscano una delle esperienze più drammatiche della sua vita. Insieme furono i primi a raggiungere sant’Anna di Stazzema, un paesino non lontano da La Culla, dopo lo sterminio di 560 civili perpetrato dai nazisti, per rappresaglia, il 12 agosto 1944.

Videro i cadaveri crivellati di colpi e dati alle fiamme di uomini, donne, bambini. Scene che marchiarono per sempre la memoria del rabbino. Una in particolare, indicibile: quella di una donna incinta alla quale era stato squarciato il ventre…

Nella liturgia cattolica in quegli anni bui si trovava ancora l’espressione “perfidi giudei”. Secoli di antigiudaismo cristiano avevano scavato un fossato di pregiudizi e risentimenti fra i seguaci delle due religioni. Toaff era fiero della sua identità e ferito come tutti gli ebrei dal comportamento passato della Chiesa cattolica verso il popolo ebraico accusato di “deicidio”. Non era però prigioniero del preconcetto, sapeva riconoscere il bene compiuto laddove si manifestasse. L’attitudine all’apertura gli veniva anche dall’educazione ricevuta da suo padre Alfredo Sabato, anche lui rabbino: «Grazie all'insegnamento e all'esempio di mio padre, io imparai a non avere pregiudizi nei confronti dei sacerdoti cattolici. Nel periodo delle leggi razziali e della guerra... furono proprio i preti, quelli più semplici e modesti, che iniziarono generosamente a dimostrare ai perseguitati la loro solidarietà, con i fatti e non con le parole... Fra loro ci fu padre Benedetto, nobile e generoso cappuccino, che con incrollabile dedizione riuscì a salvare migliaia di ebrei».

È lui il religioso a cui Toaff si riferisce: Pierre-Marie Benoît, italo-francese. Il suo nome è iscritto presso lo Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto, a Gerusalemme, come "Giusto tra le nazioni" per la sua opera di salvezza in favore di circa 4.000 ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Per sua iniziativa, la casa Generalizia dei padri Cappuccini in via Sicilia divenne la centrale operativa delle operazioni di assistenza agli ebrei perseguitati a Roma e ai tanti profughi che cercavano di raggiungere le linee alleate nel sud dell'Italia.

Sono convinto che proprio la memoria di queste esperienze personali rese Elio Toaff più pronto a vivere da protagonista la nuova stagione del dialogo fra ebrei e Chiesa cattolica che prese avvio dal Concilio ecumenico Vaticano II e fu continuata poi da tutti i papi che seguirono, da Giovanni XXIII fino a Giovanni Paolo II. L’ultimo ricordo di lavoro che ho di Toaff fu una intervista che gli feci nella sua abitazione al Ghetto, vicino alla Sinagoga di Roma, il 7 aprile del 2005. Quel giorno fu reso noto il testamento spirituale di papa Wojtyla, morto il 2 aprile. Nel suo ultimo scritto Giovanni Paolo II ricordava con “grata memoria” l’amicizia con Toaff; non era mai successo che un successore dell’apostolo Pietro menzionasse il rabbino capo di Roma nel suo testamento. La notizia stava facendo rapidamente il giro del mondo. Telefonammo al numero fisso di casa per verificare la disponibilità di Toaff e di corsa, in auto con la troupe, lasciammo il Centro Rai di Saxa Rubra per raccogliere un suo commento a caldo, da trasmettere nel tg della sera. Il rabbino era ormai molto anziano, di lì a pochi giorni avrebbe compiuto 90 anni ma ci accolse con la solita lucidità e simpatia.


La notizia che il Papa l’aveva nominato nel suo testamento ovviamente lo rallegrava: «Mi ha fatto un grande piacere. Non me l’aspettavo assolutamente. Questo vuol dire che l’affetto che provavo per lui era ricambiato». Disse che Wojtyla era stato un grande papa e che la sua politica era “cercare di abbattere gli ostacoli tra le varie religioni”. Di questo gesto del Papa - proseguì Toaff - mi ricorderò sempre finché campo. E di questo sono veramente grato al pontefice”. Fu l’ultima volta che lo vidi. Il “Professore”, come lo chiamava Clemente J. Mimun, visse altri dieci anni, se ne andò in Cielo il 19 aprile 2015; undici giorni dopo avrebbe compiuto cento anni.





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